Chiostri di Sant'Eustorgio un luogo di storia e di preghiera
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Collezioni arcivescovili: Collezione Monti

Un cospicuo gruppo di opere delle collezioni del Museo proviene, grazie all’illuminata iniziativa del Cardinale Martini, dalla Quadreria Arcivescovile, da cui sono giunti molti dipinti delle antiche collezioni degli arcivescovi milanesi e che riflettono i loro diversi orientamenti culturali.

Le scelte del cardinale Cesare Monti (1593-1650), perfettamente in linea con la cultura di San Carlo Borromeo e con lo spirito della Controriforma, si orientano verso la scuola del Cinquecento veneto, verso i pittori del primo Seicento lombardo e per la scuola dei leonardeschi e degli emiliani. Fra le opere al Museo Diocesano spiccano la Caduta di San Paolo del Cerano, il Cristo e l’adultera del Tintoretto e soprattutto la Lotta di Giacobbe e l’angelo, capolavoro della maturità del Morazzone oltre al San Giuseppe col Bambino di Guido Reni. Accanto al cospicuo nucleo dei dipinti, la Collezione Monti al Museo Diocesano comprende anche alcuni disegni in prevalenza di artisti del secondo Cinquecento, in particolare dei protagonisti della pittura milanese dell’età di San Carlo Borromeo. quali Giovanni Ambrogio Figino (1548 ca.-1608): di particolare rilevanza tra i disegni è il Progetto per il gonfalone di sant’Ambrogio, tappa fondamentale per la realizzazione del nuovo gonfalone milanese, ricamato poi fra il 1565 e il 1567 da Delfinone e Pusterla.

Bernardino Lanino (Vercelli 1512 ca. -1582/3), Salvator Mundi, Olio su tavola, 45,5 x 30 cm, Inv. MD 2001.048.003 Il dipinto, a lungo considerato opera di Gaudenzio Ferrari, è ora concordemente riferito al Lanino: la resa della figura di Cristo e le delicate modulazioni chiaroscurali rimandano alle morbidezze formali leonardesche, caratteristiche dalla produzione dell’artista intorno al sesto decennio del Cinquecento.

Bernardino Lanino (Vercelli 1512 ca. -1582/3), Salvator Mundi, Olio su tavola, 45,5 x 30 cm, Inv. MD 2001.048.003 Il dipinto, a lungo considerato opera di Gaudenzio Ferrari, è ora concordemente riferito al Lanino: la resa della figura di Cristo e le delicate modulazioni chiaroscurali rimandano alle morbidezze formali leonardesche, caratteristiche dalla produzione dell’artista intorno al sesto decennio del Cinquecento.

Giulio Campi (Cremona 1508 ca. -1572), Presentazione al tempio, Olio su tavola, 81 x 61 cm, Inv. MD 2001.048.017 Concordemente datata alla metà degli anni Quaranta del Cinquecento, la tavola costituisce uno degli esiti più alti del manierismo di Giulio Campi, in una fase in cui si avvicina alla lezione di Parmigianino, grazie alla mediazione di Camillo Boccaccino. L’opera è in relazione all’affresco di soggetto analogo eseguito dallo stesso Campi per la chiesa di Santa Margherita a Cremona, dove lavora entro il 1547.

Giulio Campi (Cremona 1508 ca. -1572), Presentazione al tempio, Olio su tavola, 81 x 61 cm, Inv. MD 2001.048.017 Concordemente datata alla metà degli anni Quaranta del Cinquecento, la tavola costituisce uno degli esiti più alti del manierismo di Giulio Campi, in una fase in cui si avvicina alla lezione di Parmigianino, grazie alla mediazione di Camillo Boccaccino. L’opera è in relazione all’affresco di soggetto analogo eseguito dallo stesso Campi per la chiesa di Santa Margherita a Cremona, dove lavora entro il 1547.

Vincenzo Campi (Cremona 1536 – 1591), San Rocco e l’angelo, Olio su tela, 230 x 180 cm, Inv. MD 2001.048.040 Concordemente riferita a Vincenzo Campi, l’opera è databile all’inizio del settimo decennio del Cinquecento: la posizione contorta di San Rocco presenta infatti forti analogie con la produzione di Vincenzo degli stessi anni, così come la rappresentazione del paesaggio animato da esili figure e la cromia uniforme del dipinto. Incerta la provenienza originaria: l’iconografia farebbe pensare ad un oratorio o un ospedale, o comunque un istituto dedito all’assistenza dei malati. Opera al momento non esposta

Vincenzo Campi (Cremona 1536 – 1591), San Rocco e l’angelo, Olio su tela, 230 x 180 cm, Inv. MD 2001.048.040 Concordemente riferita a Vincenzo Campi, l’opera è databile all’inizio del settimo decennio del Cinquecento: la posizione contorta di San Rocco presenta infatti forti analogie con la produzione di Vincenzo degli stessi anni, così come la rappresentazione del paesaggio animato da esili figure e la cromia uniforme del dipinto. Incerta la provenienza originaria: l’iconografia farebbe pensare ad un oratorio o un ospedale, o comunque un istituto dedito all’assistenza dei malati. Opera al momento non esposta

Jacopo Robusti detto il Tintoretto (Venezia 1519 – 1594), Cristo e l’adultera, Olio su tela, 164,5 x 283, 5 cm, Inv. MD 2001.048.041 Riferita alla fase giovanile dell’artista, l’opera è databile intorno al 1546-1547, nel momento in cui l’artista avvia i suoi studi verso la drammatizzazione narrativa dei soggetti, elemento tra i più caratteristici del suo linguaggio. Alcune incertezze nella prospettiva e in alcuni particolari esecutivi hanno fatto pensare anche all’intervento della bottega, benchè altri tratti, come la forza del volto del personaggio barbuto dietro la cortigiana rivelano la mano tintorettesca. I personaggi sono disposti come su un palcoscenico che riprende soluzioni archiettoniche di Sebastiano Serlio, ma interpretate in maniera più libera.

Jacopo Robusti detto il Tintoretto (Venezia 1519 – 1594), Cristo e l’adultera, Olio su tela, 164,5 x 283, 5 cm, Inv. MD 2001.048.041 Riferita alla fase giovanile dell’artista, l’opera è databile intorno al 1546-1547, nel momento in cui l’artista avvia i suoi studi verso la drammatizzazione narrativa dei soggetti, elemento tra i più caratteristici del suo linguaggio. Alcune incertezze nella prospettiva e in alcuni particolari esecutivi hanno fatto pensare anche all’intervento della bottega, benchè altri tratti, come la forza del volto del personaggio barbuto dietro la cortigiana rivelano la mano tintorettesca. I personaggi sono disposti come su un palcoscenico che riprende soluzioni archiettoniche di Sebastiano Serlio, ma interpretate in maniera più libera.

Simone Peterzano (documentato a Milano dal 1572 al 1596), Cristo nell’orto, Olio su tela, 130,5 x 102,5 cm, Inv. MD 2001.048.038 Il soggetto dell’opera, databile all’inizio del penultimo decennio del XVI secolo, si inserisce a pieno nel clima intensamente religioso dell’arte borromaica, rispondendo alle raccomandazioni ufficiali di San Carlo, che sancivano la condanna delle invenzioni di maniera a favore di immagini composte e facilmente leggibili. La tela, pur aderendo al clima austero dell’epoca, si contraddistingue sia per la tecnica pittorica estremamente curata, sia per i suggestivi effetti luministici che rafforzano il naturalismo della composizione. La formazione naturalistica del Peterzano è evidente nella resa della vegetazione del terreno disseminato di pietre in primo piano, così come nell’effetto notturno dello sfondo, squarciato dai bagliori delle armi che si avvicinano all’oscurità.

Simone Peterzano (documentato a Milano dal 1572 al 1596), Cristo nell’orto, Olio su tela, 130,5 x 102,5 cm, Inv. MD 2001.048.038 Il soggetto dell’opera, databile all’inizio del penultimo decennio del XVI secolo, si inserisce a pieno nel clima intensamente religioso dell’arte borromaica, rispondendo alle raccomandazioni ufficiali di San Carlo, che sancivano la condanna delle invenzioni di maniera a favore di immagini composte e facilmente leggibili. La tela, pur aderendo al clima austero dell’epoca, si contraddistingue sia per la tecnica pittorica estremamente curata, sia per i suggestivi effetti luministici che rafforzano il naturalismo della composizione. La formazione naturalistica del Peterzano è evidente nella resa della vegetazione del terreno disseminato di pietre in primo piano, così come nell’effetto notturno dello sfondo, squarciato dai bagliori delle armi che si avvicinano all’oscurità.

Fede Galizia (Milano o Trento 1563 – Milano 1630), Cristo nell’orto, Olio su tavola, 41,7 x 41,7 cm, Inv. MD 2001.048.008 Il piccolo dipinto, il cui insolito formato induce a pensare che fosse un quadro da capoletto, è una copia di un dipinto di Correggio ora all’Aspley House di Londra che la pittrice ebbe modo di vedere a Milano dove resta per breve tempo nella collezione di Pirro Visconti. L’opera presenta una superficie pittorica compatta e quasi smaltata; la regia luministica appare attenta ai giochi chiaroscurali, lasciando emergere dal fondo scuro le vesti abbaglianti di Cristo e dell’angelo.

Fede Galizia (Milano o Trento 1563 – Milano 1630), Cristo nell’orto, Olio su tavola, 41,7 x 41,7 cm, Inv. MD 2001.048.008 Il piccolo dipinto, il cui insolito formato induce a pensare che fosse un quadro da capoletto, è una copia di un dipinto di Correggio ora all’Aspley House di Londra che la pittrice ebbe modo di vedere a Milano dove resta per breve tempo nella collezione di Pirro Visconti. L’opera presenta una superficie pittorica compatta e quasi smaltata; la regia luministica appare attenta ai giochi chiaroscurali, lasciando emergere dal fondo scuro le vesti abbaglianti di Cristo e dell’angelo.

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629), San Pietro, Olio su tela, 63×50 cm, Inv. MD 2001.048.023 Il dipinto fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Il San Pietro per l’esecuzione pittorica accurata e la solida partitura disegnativa è da considerare totalmente autografo. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629), San Pietro, Olio su tela, 63×50 cm, Inv. MD 2001.048.023 Il dipinto fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Il San Pietro per l’esecuzione pittorica accurata e la solida partitura disegnativa è da considerare totalmente autografo. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629), bottega di, San Paolo, Olio su tela, 62×50 cm, Inv. MD 2001.048.015 Il San Paolo fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Nel caso di questo dipinto la qualità stilistica è più elevata e i modi sono vicini al maestro emiliano. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629), bottega di, San Paolo, Olio su tela, 62×50 cm, Inv. MD 2001.048.015 Il San Paolo fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Nel caso di questo dipinto la qualità stilistica è più elevata e i modi sono vicini al maestro emiliano. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629), bottega di, San Tommaso, Olio su tela, 62,5×50 cm, Inv. MD 2001.048.016 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629), bottega di, San Tommaso, Olio su tela, 62,5×50 cm, Inv. MD 2001.048.016 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) bottega di, San Bartolomeo, Olio su tela, 62,5×49 cm, Inv. MD 2001.048.019 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) bottega di, San Bartolomeo, Olio su tela, 62,5×49 cm, Inv. MD 2001.048.019 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) bottega di, Apostolo, Olio su tela, 63×49 cm, Inv. MD 2001.048.024 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) bottega di, Apostolo, Olio su tela, 63×49 cm, Inv. MD 2001.048.024 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) bottega di, San Giacomo minore, Olio su tela, 63×50 cm, Inv. MD 2001.048.025 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) bottega di, San Giacomo minore, Olio su tela, 63×50 cm, Inv. MD 2001.048.025 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) bottega di, San Matteo Evangelista, Olio su tela, 62×49 cm, Inv. MD 2001.048.027 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) bottega di, San Matteo Evangelista, Olio su tela, 62×49 cm, Inv. MD 2001.048.027 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) bottega di, Sant’Andrea, Olio su tela, 62,5×40,5 cm, Inv. MD 2001.048.030 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) bottega di, Sant’Andrea, Olio su tela, 62,5×40,5 cm, Inv. MD 2001.048.030 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) bottega di, Apostolo, Olio su tela, 62,5×49,5 cm, Inv. MD 2001.048.031 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) bottega di, Apostolo, Olio su tela, 62,5×49,5 cm, Inv. MD 2001.048.031 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) bottega di, San Giovanni Evangelista, Olio su tela, 63×50 cm, Inv. MD 2001.048.032 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) bottega di, San Giovanni Evangelista, Olio su tela, 63×50 cm, Inv. MD 2001.048.032 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Opera al momento non esposta

Pittore lombardo (?) (XVI-XVII secolo), Apostolo, Olio su tela, 65x 52 cm, Inv. MD 2001.048.029 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Questo dipinto, che presenta influssi della pittura genovese, in realtà si presenta estraneo alla cultura del pittore emiliano e potrebbe essere una delle tele aggiunte in un secondo momento. Opera al momento non esposta

Pittore lombardo (?) (XVI-XVII secolo), Apostolo, Olio su tela, 65x 52 cm, Inv. MD 2001.048.029 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Questo dipinto, che presenta influssi della pittura genovese, in realtà si presenta estraneo alla cultura del pittore emiliano e potrebbe essere una delle tele aggiunte in un secondo momento. Opera al momento non esposta

Pittore lombardo (XVI-XVII secolo), San Filippo, Olio su tela, 69×52 cm, Inv. MD 2001.048.033 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Questo dipinto presenta tratti stilistici diversi dalle altre opere della serie e potrebbe essere una delle tele aggiunte in un secondo momento. Opera al momento non esposta

Pittore lombardo (XVI-XVII secolo), San Filippo, Olio su tela, 69×52 cm, Inv. MD 2001.048.033 Fa parte di un gruppo undici tele di dimensioni pressochè identiche, dedicate agli apostoli.  Già nel primo inventario collezione Monti, che ricordava all’inizio dieci tele, a cui se ne aggiungono altre due nel secondo del 1650, le opere sono riferite a Camillo Procaccini. La critica ha anche avanzato l’ipotesi, tutta da indagare, di un’eventuale collaborazione per questo ciclo fra le botteghe di Camillo Procaccini e del pittore genovese Simone Barabino, attivo a Milano ma gli studi più recenti nel frattempo assegnano le tele, riferibili ai primi decenni del XVII secolo, alla bottega di Camillo Procaccini. Questo dipinto presenta tratti stilistici diversi dalle altre opere della serie e potrebbe essere una delle tele aggiunte in un secondo momento. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629), Martirio dei santi Nazaro e Celso, Olio su tela, 57,8 x 65,6 cm, Inv. MD 2001.062.001 Il monocromo costituisce probabilmente il bozzetto preparatorio per uno degli affreschi realizzati da Camillo per il coro della basilica milanese di San Nazaro e Celso, oggi perduti, ma ricordati da antiche fonti e puntualmente descritti da Cesare Malvasia e databili intorno al 1618. Lo schema del dipinto riprende una formula usata da Camillo in più occasioni e derivata dai modelli raffaelleschi delle Stanze Vaticane: l’artista tende a lasciare vuoto lo spazio centrale della scena, concentrando il fulcro narrativo sui lati o sullo sfondo. In questo caso la scena del martirio è infatti spostata sulla destra, mentre sulla sinistra un gruppo di figure “quinta” introduce la scena.

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629), Martirio dei santi Nazaro e Celso, Olio su tela, 57,8 x 65,6 cm, Inv. MD 2001.062.001 Il monocromo costituisce probabilmente il bozzetto preparatorio per uno degli affreschi realizzati da Camillo per il coro della basilica milanese di San Nazaro e Celso, oggi perduti, ma ricordati da antiche fonti e puntualmente descritti da Cesare Malvasia e databili intorno al 1618. Lo schema del dipinto riprende una formula usata da Camillo in più occasioni e derivata dai modelli raffaelleschi delle Stanze Vaticane: l’artista tende a lasciare vuoto lo spazio centrale della scena, concentrando il fulcro narrativo sui lati o sullo sfondo. In questo caso la scena del martirio è infatti spostata sulla destra, mentre sulla sinistra un gruppo di figure “quinta” introduce la scena.

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) e bottega, Rut nei campi di Booz, Olio su tela,187,7 x 139 cm, Inv. MD 2001.048.039 Tradizionalmente interpretato come la Parabola dei mietitori, il dipinto si riferisce in realtà alla storia di Rut, narrata nel libro biblico che da lei prende il nome. L’eroina si riconosce nel personaggio femminile intento a mietere al centro della scena, suscitando l’attenzione di Booz, proprietario del campo, che la prenderà in sposa, generando un figlio che farà parte della progenie di Davide. L’opera è riferibile alla tarda attività del pittore, intorno al 1620, momento in cui per fare fronte alle numerose richieste è aiutato dalla sua bottega: le opere del Procaccini erano infatti misurate, didascaliche e immediatamente leggibili, decretando il suo successo nel campo dell’arte sacra della Diocesi milanese. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629) e bottega, Rut nei campi di Booz, Olio su tela,187,7 x 139 cm, Inv. MD 2001.048.039 Tradizionalmente interpretato come la Parabola dei mietitori, il dipinto si riferisce in realtà alla storia di Rut, narrata nel libro biblico che da lei prende il nome. L’eroina si riconosce nel personaggio femminile intento a mietere al centro della scena, suscitando l’attenzione di Booz, proprietario del campo, che la prenderà in sposa, generando un figlio che farà parte della progenie di Davide. L’opera è riferibile alla tarda attività del pittore, intorno al 1620, momento in cui per fare fronte alle numerose richieste è aiutato dalla sua bottega: le opere del Procaccini erano infatti misurate, didascaliche e immediatamente leggibili, decretando il suo successo nel campo dell’arte sacra della Diocesi milanese. Opera al momento non esposta

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629), Resurrezione di Lazzaro, Olio su tela, 78,5x 54,5 cm, Inv. MD2001.048.034 Il dipinto, databile intorno al 1620, non costituisce un modello per opere di grandi dimensioni ma una realizzazione autonoma, destinata al collezionismo privato, come accade di frequente nella produzione del Procaccini. Talvolta i soggetti possono essere riprese in piccolo formato di altre opere dell’artista, oppure, come in questo caso, non sono riconducibili ad opere note. Tipica di questi dipinti è l’esecuzione a monocromo, che ricorda un disegno finito, genere molto apprezzato dal mercato artistico lombardo del Seicento.

Camillo Procaccini (Parma 1561 – Milano 1629), Resurrezione di Lazzaro, Olio su tela, 78,5x 54,5 cm, Inv. MD2001.048.034 Il dipinto, databile intorno al 1620, non costituisce un modello per opere di grandi dimensioni ma una realizzazione autonoma, destinata al collezionismo privato, come accade di frequente nella produzione del Procaccini. Talvolta i soggetti possono essere riprese in piccolo formato di altre opere dell’artista, oppure, come in questo caso, non sono riconducibili ad opere note. Tipica di questi dipinti è l’esecuzione a monocromo, che ricorda un disegno finito, genere molto apprezzato dal mercato artistico lombardo del Seicento.

Pierfrancesco Mazzuchelli, detto il Morazzone (Morazzone, VA, 1573. 1625/1626), Strage degli innocenti, Olio su tela, 149,7×144,7 cm, Inv. MD 2002.109.001 Il dipinto rivela i caratteri peculiari del linguaggio di Morazzone nelle tipologie dei personaggi, nella regia compositiva della scena, e soprattutto nell’esasperata tensione dinamica dei gesti, prova tra le più virtuosistiche del pittore. Studi recenti ipotizzano una commissione del dipinto da parte del cardinale Scaglia: dalla sua raccolta, venduta a Roma negli anni Quaranta del Seicento, la tela sarebbe stata acquistata dal cardinale Monti e sulla base dello studio della corrispondenza tra il committente e Morazzone, è stata proposta un’ipotesi di datazione avanzata, dopo il 1616.

Pierfrancesco Mazzuchelli, detto il Morazzone (Morazzone, VA, 1573. 1625/1626), Strage degli innocenti, Olio su tela, 149,7×144,7 cm, Inv. MD 2002.109.001 Il dipinto rivela i caratteri peculiari del linguaggio di Morazzone nelle tipologie dei personaggi, nella regia compositiva della scena, e soprattutto nell’esasperata tensione dinamica dei gesti, prova tra le più virtuosistiche del pittore. Studi recenti ipotizzano una commissione del dipinto da parte del cardinale Scaglia: dalla sua raccolta, venduta a Roma negli anni Quaranta del Seicento, la tela sarebbe stata acquistata dal cardinale Monti e sulla base dello studio della corrispondenza tra il committente e Morazzone, è stata proposta un’ipotesi di datazione avanzata, dopo il 1616.

Pierfrancesco Mazzuchelli, detto il Morazzone (Morazzone, VA, 1573. 1625/1626), Lotta di Giacobbe con l’angelo, Olio su tela, 178,5 x 140 cm, Inv. MD 2002.105.001 Da annoverarsi tra gli esiti più rappresentativi della produzione dell’artista, il dipinto appare sapientemente costruito su un intreccio di linee oblique e parallele, con un gioco di contrapposizione dinamica fra le due figure dell’angelo e del vecchio Giacobbe, contorte ed avvinghiate in una lotta estenuante. In effetti la posa appare artificiosa e forzata, evidenziata dall’estremo allungamento degli arti e dalle braccia muscolose ancora tardomanieriste. Il registro luministico presenta una particolare qualità quasi argentea e toni freddi Lo scorcio di paesaggio boscoso sullo sfondo appare del tutto in sintonia con gli esiti della pittura contemporanea fiamminga. Il risultato è un capolavoro di complessa cultura figurativa, in cui si intrecciano artifici tardomanieristici e ricordi della pittura di Gaudenzio Ferrari. L’opera è databile intorno al 1610.

Pierfrancesco Mazzuchelli, detto il Morazzone (Morazzone, VA, 1573. 1625/1626), Lotta di Giacobbe con l’angelo, Olio su tela, 178,5 x 140 cm, Inv. MD 2002.105.001 Da annoverarsi tra gli esiti più rappresentativi della produzione dell’artista, il dipinto appare sapientemente costruito su un intreccio di linee oblique e parallele, con un gioco di contrapposizione dinamica fra le due figure dell’angelo e del vecchio Giacobbe, contorte ed avvinghiate in una lotta estenuante. In effetti la posa appare artificiosa e forzata, evidenziata dall’estremo allungamento degli arti e dalle braccia muscolose ancora tardomanieriste. Il registro luministico presenta una particolare qualità quasi argentea e toni freddi Lo scorcio di paesaggio boscoso sullo sfondo appare del tutto in sintonia con gli esiti della pittura contemporanea fiamminga. Il risultato è un capolavoro di complessa cultura figurativa, in cui si intrecciano artifici tardomanieristici e ricordi della pittura di Gaudenzio Ferrari. L’opera è databile intorno al 1610.

Giovanni Battista Crespi detto il Cerano (Romagnano Sesia, NO, 1573 – Milano 1632), La caduta di san Paolo, Tempera su tela, 147,8 x 204,8 cm, Inv. MD 2001.072.001 Il grande monocromo costituisce il modello preparatorio per il rilievo in marmo del timpano sopra il portale maggiore della facciata di San Paolo in Converso a Milano, realizzato da Gaspare Vismara e tuttora in loco. I lavori per la facciata della chiesa iniziano nel 1614 e terminano intorno al 1619: entro queste due date va collocata la realizzazione del monocromo, caratterizzato da una straordinaria efficacia drammatica definita dagli atteggiamenti teatrali dei personaggi. La ricchezza degli effetti luministici e la prepotente proiezione in avanti della composizione sono evidenti suggerimenti allo scultore per la traduzione del bozzetto in marmo.

Giovanni Battista Crespi detto il Cerano (Romagnano Sesia, NO, 1573 – Milano 1632), La caduta di san Paolo, Tempera su tela, 147,8 x 204,8 cm, Inv. MD 2001.072.001 Il grande monocromo costituisce il modello preparatorio per il rilievo in marmo del timpano sopra il portale maggiore della facciata di San Paolo in Converso a Milano, realizzato da Gaspare Vismara e tuttora in loco. I lavori per la facciata della chiesa iniziano nel 1614 e terminano intorno al 1619: entro queste due date va collocata la realizzazione del monocromo, caratterizzato da una straordinaria efficacia drammatica definita dagli atteggiamenti teatrali dei personaggi. La ricchezza degli effetti luministici e la prepotente proiezione in avanti della composizione sono evidenti suggerimenti allo scultore per la traduzione del bozzetto in marmo.

Carlo Francesco Nuvolone detto Panfilo (Milano 1609 -1662), I santi Giovanni e Matteo Apostoli ed evangelisti, Olio su tela, 89,3 x 122 cm, Inv. MD 2001.048.035 Insieme al suo pendant raffigurante I santi Marco e Luca evangelisti, il dipinto costituisce un’importante testimonianza della trascurata fase giovanile di Carlo Francesco Nuvolone, intorno agli anni Trenta del Seicento. Contraddistinte da una stesura energica e vigorosa, da un registro luministico plumbeo e da forti contrasti chiaroscurali, le due tele trovano infatti una collocazione del tutto pertinente nella prima attività del pittore milanese, influenzato da Giulio Cesare Procaccini e Daniele Crespi. Gli intensi evangelisti, privi degli attributi iconografici consueti, appaiono come antichi filosofi intenti nella lettura e all’interpretazione dei testi. Opera al momento non esposta

Carlo Francesco Nuvolone detto Panfilo (Milano 1609 -1662), I santi Giovanni e Matteo Apostoli ed evangelisti, Olio su tela, 89,3 x 122 cm, Inv. MD 2001.048.035 Insieme al suo pendant raffigurante I santi Marco e Luca evangelisti, il dipinto costituisce un’importante testimonianza della trascurata fase giovanile di Carlo Francesco Nuvolone, intorno agli anni Trenta del Seicento. Contraddistinte da una stesura energica e vigorosa, da un registro luministico plumbeo e da forti contrasti chiaroscurali, le due tele trovano infatti una collocazione del tutto pertinente nella prima attività del pittore milanese, influenzato da Giulio Cesare Procaccini e Daniele Crespi. Gli intensi evangelisti, privi degli attributi iconografici consueti, appaiono come antichi filosofi intenti nella lettura e all’interpretazione dei testi. Opera al momento non esposta

Francesco Cairo (Milano 1607 -1665) bottega di, Il bacio di Giuda, Olio su tela, 93,8 x 73,5 cm, Inv. MD 2001.048.028 Già attribuito al Cairo dalla guidistica sei-settecentesca e in tutti gli inventari della Galleria Arcivescovile e riferito in particolare alla fase giovanile dell’artista, negli anni intorno al 1630, il dipinto è stato invece avvicinato dalla critica più recente genericamente alla bottega del pittore milanese. Opera al momento non esposta

Francesco Cairo (Milano 1607 -1665) bottega di, Il bacio di Giuda, Olio su tela, 93,8 x 73,5 cm, Inv. MD 2001.048.028 Già attribuito al Cairo dalla guidistica sei-settecentesca e in tutti gli inventari della Galleria Arcivescovile e riferito in particolare alla fase giovanile dell’artista, negli anni intorno al 1630, il dipinto è stato invece avvicinato dalla critica più recente genericamente alla bottega del pittore milanese. Opera al momento non esposta

Guido Reni (Bologna 1575 – 1642), San Giuseppe con il Bambino, Olio su tela, 124,8 x 91 cm, Inv. MD 2002.109.002 Ricordato negli antichi inventari della collezione Monti come opera di “Guidoreno”, il dipinto, nonostante le grandi dimensioni, va considerato un “quadro da stanza”, destinato alla devozione privata. La nobile serenità della figura di Giuseppe, l’ampiezza raffaellesca dei volumi, la scelta di un cromatismo chiaro e luminoso suggeriscono una datazione agli anni maturi dell’attività di Reni, intorno al 1625-30. L’iconografia, cara al clima della Controriforma che promuove il culto di san Giuseppe, è interpretata dal pittore con sublime distacco, senza rinunciare al gioco di sguardi e di affetti fra due personaggi. Sulla sinistra, in occasione del restauro del 1988, è apparsa la minuscola scena della Fuga in Egitto, prima occultata dal ripiegamento laterale della tela.

Guido Reni (Bologna 1575 – 1642), San Giuseppe con il Bambino, Olio su tela, 124,8 x 91 cm, Inv. MD 2002.109.002 Ricordato negli antichi inventari della collezione Monti come opera di “Guidoreno”, il dipinto, nonostante le grandi dimensioni, va considerato un “quadro da stanza”, destinato alla devozione privata. La nobile serenità della figura di Giuseppe, l’ampiezza raffaellesca dei volumi, la scelta di un cromatismo chiaro e luminoso suggeriscono una datazione agli anni maturi dell’attività di Reni, intorno al 1625-30. L’iconografia, cara al clima della Controriforma che promuove il culto di san Giuseppe, è interpretata dal pittore con sublime distacco, senza rinunciare al gioco di sguardi e di affetti fra due personaggi. Sulla sinistra, in occasione del restauro del 1988, è apparsa la minuscola scena della Fuga in Egitto, prima occultata dal ripiegamento laterale della tela.

Daniel Seghers (Anversa 1590 -1661), Vaso di fiori, Olio su rame, 41,8×30,6 cm, Inv. MD 2005.120.001 Il piccolo dipinto su rame è stato eseguito dal pittore proprio per il cardinale Cesare Monti e raffigura diverse specie di fiori, quali rose e tulipani di vari colori, in un’ampolla di vetro, studiati con grande sapienza ed eleganza su sfondo nero che ne esalta la cromia brillante. Secondo alcuni studiosi la raffinata composizione potrebbe essere un’allegoria della Compagnia del Gesù, a cui lo stesso Seghers apparteneva.

Daniel Seghers (Anversa 1590 -1661), Vaso di fiori, Olio su rame, 41,8×30,6 cm, Inv. MD 2005.120.001 Il piccolo dipinto su rame è stato eseguito dal pittore proprio per il cardinale Cesare Monti e raffigura diverse specie di fiori, quali rose e tulipani di vari colori, in un’ampolla di vetro, studiati con grande sapienza ed eleganza su sfondo nero che ne esalta la cromia brillante. Secondo alcuni studiosi la raffinata composizione potrebbe essere un’allegoria della Compagnia del Gesù, a cui lo stesso Seghers apparteneva.

Aurelio Luini (Milano 1530 ca. -1593), Martirio di San Vincenzo, Penna, acquerello, biacca su carta preparata, 378 x 246 mm, Inv. MD 2001.048.007 Il disegno costituisce lo studio per un affresco già in san Vincenzo alle Monache a Milano, appartenente a un ciclo smembrato e in parte disperso e raffigura il martirio del diacono Vincenzo, torturato con lame metalliche. Il foglio è riferibile all’ultima stagione produttiva del pittore, a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta del Cinquecento, per la grafia nervosa e frastagliata e per l’estrosità manierista.

Aurelio Luini (Milano 1530 ca. -1593), Martirio di San Vincenzo, Penna, acquerello, biacca su carta preparata, 378 x 246 mm, Inv. MD 2001.048.007 Il disegno costituisce lo studio per un affresco già in san Vincenzo alle Monache a Milano, appartenente a un ciclo smembrato e in parte disperso e raffigura il martirio del diacono Vincenzo, torturato con lame metalliche. Il foglio è riferibile all’ultima stagione produttiva del pittore, a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta del Cinquecento, per la grafia nervosa e frastagliata e per l’estrosità manierista.

Giovanni Ambrogio Figino (Milano 1548 ca. -1608), Testa e busto di Salomè, Sanguigna su carta preparata rossa, 440 x 296 mm, Inv. MD 2001.048.001 Il disegno, erroneamente riferito a Cesare da Sesto nell’inventario Monti del 1650 e in seguito restituito alla mano del Figino insieme ad altri due disegni della collezione Monti, è uno studio della tela di Cesare da Sesto raffigurante la Salomè con la testa del Battista oggi conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna, realizzato intorno al 1510-1514: Figino potrebbe avere visto l’opera nella bottega di Lomazzo durante il suo apprendistato, intorno al 1570.

Giovanni Ambrogio Figino (Milano 1548 ca. -1608), Testa e busto di Salomè, Sanguigna su carta preparata rossa, 440 x 296 mm, Inv. MD 2001.048.001 Il disegno, erroneamente riferito a Cesare da Sesto nell’inventario Monti del 1650 e in seguito restituito alla mano del Figino insieme ad altri due disegni della collezione Monti, è uno studio della tela di Cesare da Sesto raffigurante la Salomè con la testa del Battista oggi conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna, realizzato intorno al 1510-1514: Figino potrebbe avere visto l’opera nella bottega di Lomazzo durante il suo apprendistato, intorno al 1570.

Giovanni Ambrogio Figino (Milano 1548 ca. -1608), Testa di San Giovanni Battista sorretta da una mano sinistra sopra una coppa di marmo, Sanguigna su carta preparata rossa, 440x 296 mm, Inv. MD 2001.048.012 Il foglio costituisce uno studio del dipinto di Cesare da Sesto raffigurante la Salomè con la testa del Battista,ora al Kunsthistorisches di Vienna, copiato dal Figino nello studio di Lomazzo dove l’opera si trovava probabilmente attorno al 1570. Dal medesimo dipinto derivano anche altri due disegni presenti nella collezione del cardinale Monti. In questo foglio sono soprattutto il tratteggio e l’uso morbido e sapiente della sanguigna ad avvalorare l’attribuzione ad Ambrogio Figino da parte della critica.

Giovanni Ambrogio Figino (Milano 1548 ca. -1608), Testa di San Giovanni Battista sorretta da una mano sinistra sopra una coppa di marmo, Sanguigna su carta preparata rossa, 440x 296 mm, Inv. MD 2001.048.012 Il foglio costituisce uno studio del dipinto di Cesare da Sesto raffigurante la Salomè con la testa del Battista,ora al Kunsthistorisches di Vienna, copiato dal Figino nello studio di Lomazzo dove l’opera si trovava probabilmente attorno al 1570. Dal medesimo dipinto derivano anche altri due disegni presenti nella collezione del cardinale Monti. In questo foglio sono soprattutto il tratteggio e l’uso morbido e sapiente della sanguigna ad avvalorare l’attribuzione ad Ambrogio Figino da parte della critica.

Giovanni Ambrogio Figino (Milano 1548 ca. -1608), Mezza figura virile nuda con il braccio sinistro proteso in avanti, Sanguigna su carta preparata rossa, 440 x 296 mm, Inv. MD 2001.048.014 Insieme ad altri due disegni presenti nella collezione Monti, anche per questo è oggi riconosciuta la paternità ad Ambrogio Figino: si tratta di uno studio tratto dal dipinto Salomè con la testa del Battista di Cesare da Sesto, oggi al Kunstistorisches di Vienna, realizzato da Figino intorno al 1570; è verosimile supporre che le sue prime esercitazioni siano avvenute proprio sui dipinti e i disegni posseduti dal Lomazzo, fra i quali si trovava anche la Salomè di Cesare da Sesto.

Giovanni Ambrogio Figino (Milano 1548 ca. -1608), Mezza figura virile nuda con il braccio sinistro proteso in avanti, Sanguigna su carta preparata rossa, 440 x 296 mm, Inv. MD 2001.048.014 Insieme ad altri due disegni presenti nella collezione Monti, anche per questo è oggi riconosciuta la paternità ad Ambrogio Figino: si tratta di uno studio tratto dal dipinto Salomè con la testa del Battista di Cesare da Sesto, oggi al Kunstistorisches di Vienna, realizzato da Figino intorno al 1570; è verosimile supporre che le sue prime esercitazioni siano avvenute proprio sui dipinti e i disegni posseduti dal Lomazzo, fra i quali si trovava anche la Salomè di Cesare da Sesto.

Giuseppe Meda (Milano notizie 1551 – 1599), Progetto per il Gonfalone di Sant’Ambrogio, Matita nera, inchiostro e lumeggiature a biacca su carta marrone, 545 x 375 mm, Inv. MD 2001.048.021 Il disegno si riferisce al concorso civico per il nuovo Gonfalone cittadino, che vede fra i partecipanti Bernardino Campi e Carlo Urbino e la coppia costituita da Giuseppe Arcimboldi e Giuseppe Meda, usciti vincitori della seconda fase. Riferito alla mano del Meda, il progetto risulta sostanzialmente congruente allo stendardo ricamato fra il 1565 e il 1567 da Ambrogio Delfinone e Carlo Pusterla. La scelta di raffigurare Ambrogio sul gonfalone civico eleva la figura del Vescovo a immagine pubblica e simbolo della città: la figura del Santo è inquadrata in un arco istoriato secondo la più classica impostazione trionfalistico-monumentale. Ai suoi piedi rimangono i nemici vinti, gli ariani, a sottolineare il suo ruolo come difensore dell’ortodossia cattolica.

Giuseppe Meda (Milano notizie 1551 – 1599), Progetto per il Gonfalone di Sant’Ambrogio, Matita nera, inchiostro e lumeggiature a biacca su carta marrone, 545 x 375 mm, Inv. MD 2001.048.021 Il disegno si riferisce al concorso civico per il nuovo Gonfalone cittadino, che vede fra i partecipanti Bernardino Campi e Carlo Urbino e la coppia costituita da Giuseppe Arcimboldi e Giuseppe Meda, usciti vincitori della seconda fase. Riferito alla mano del Meda, il progetto risulta sostanzialmente congruente allo stendardo ricamato fra il 1565 e il 1567 da Ambrogio Delfinone e Carlo Pusterla. La scelta di raffigurare Ambrogio sul gonfalone civico eleva la figura del Vescovo a immagine pubblica e simbolo della città: la figura del Santo è inquadrata in un arco istoriato secondo la più classica impostazione trionfalistico-monumentale. Ai suoi piedi rimangono i nemici vinti, gli ariani, a sottolineare il suo ruolo come difensore dell’ortodossia cattolica.

Bernardino Campi (Reggio Emilia 1522 -1591), Il Paradiso, Penna, pennello, biacca su carta preparata, 205 x 940 mm, Inv. MD 2001.048.026 Come attestato anche dall’antica scritta sul disegno stesso, si tratta dello studio grafico per il grande affresco realizzato da Bernardino Campi nella cupola della chiesa cremonese di San Sigismondo, terminato nel 1570. Il foglio riporta le medesime figure dell’affresco finto, distribuite non entro un campo circolare come nell’affresco, ma disposte in un’unica fascia orizzontale.

Bernardino Campi (Reggio Emilia 1522 -1591), Il Paradiso, Penna, pennello, biacca su carta preparata, 205 x 940 mm, Inv. MD 2001.048.026 Come attestato anche dall’antica scritta sul disegno stesso, si tratta dello studio grafico per il grande affresco realizzato da Bernardino Campi nella cupola della chiesa cremonese di San Sigismondo, terminato nel 1570. Il foglio riporta le medesime figure dell’affresco finto, distribuite non entro un campo circolare come nell’affresco, ma disposte in un’unica fascia orizzontale.

Pittore fiorentino (sec. XVI) Gli arcieri, Copia da Michelangelo, Penna, inchiostro su lavato di bistro, 250 x 370 mm, Inv. MD 2001.048.013 Il foglio è la copia di un disegno di Michelangelo conservato alla Royal Library di Windsor, testimonianza di grande interesse per valutare la fortuna di Michelangelo nella Milano seicentesca e gli orientamenti collezionistici del cardinale Monti. Questa copia è stata eseguita con ogni probabilità da un artista fiorentino della metà del Cinquecento che riprende l’iconografia michelangiolesca derivata da un riquadro della Domus Aurea.

Pittore fiorentino (sec. XVI) Gli arcieri, Copia da Michelangelo, Penna, inchiostro su lavato di bistro, 250 x 370 mm, Inv. MD 2001.048.013 Il foglio è la copia di un disegno di Michelangelo conservato alla Royal Library di Windsor, testimonianza di grande interesse per valutare la fortuna di Michelangelo nella Milano seicentesca e gli orientamenti collezionistici del cardinale Monti. Questa copia è stata eseguita con ogni probabilità da un artista fiorentino della metà del Cinquecento che riprende l’iconografia michelangiolesca derivata da un riquadro della Domus Aurea.

Andrea del Sarto (Firenze, 1486-1530) copia da, Il pagamento dei vignaioli, Penna, acquerello, biacca su carta preparata incollata su tavola, 250 x 387 mm, Inv. MD 2001.048.010 Il foglio è in rapporto con l’affresco a monocromo in terra verde raffigurante il Pagamento dei vignaioli che fino al 1876 decorava l’orto del convento dei Servi di Santissima Annunziata a Firenze, realizzato da Andrea del Sarto all’inizio del secondo decennio del Cinquecento, noto attraverso le numerose copie che ne vennero tratte, a conferma della sua larga fortuna. L’attribuzione del disegno ad Andrea del Sarto e l’interpretazione iconografica hanno origine dall’atto di donazione della raccolta Monti (1650), ma il confronto con la produzione grafica di Andrea farebbe pensare ad una copia di pittore anonimo, databile all’inizio del XVII secolo.

Andrea del Sarto (Firenze, 1486-1530) copia da, Il pagamento dei vignaioli, Penna, acquerello, biacca su carta preparata incollata su tavola, 250 x 387 mm, Inv. MD 2001.048.010 Il foglio è in rapporto con l’affresco a monocromo in terra verde raffigurante il Pagamento dei vignaioli che fino al 1876 decorava l’orto del convento dei Servi di Santissima Annunziata a Firenze, realizzato da Andrea del Sarto all’inizio del secondo decennio del Cinquecento, noto attraverso le numerose copie che ne vennero tratte, a conferma della sua larga fortuna. L’attribuzione del disegno ad Andrea del Sarto e l’interpretazione iconografica hanno origine dall’atto di donazione della raccolta Monti (1650), ma il confronto con la produzione grafica di Andrea farebbe pensare ad una copia di pittore anonimo, databile all’inizio del XVII secolo.

Andrea del Sarto (Firenze, 1486-1530) copia da, Busto di San Giovannino, Matita, gesso, pastello su carta preparata, 282 x 200 mm, Inv. MD 2001.048.011 Dopo due secoli di erronea attribuzione a Leonardo, la critica è oggi concorde nel riconoscere nei due fogli raffiguranti il busto di san Giovannino della collezione Monti derivazioni da originali di Andrea del Sarto. In particolare, il foglio in esame è una copia puntuale del volto di San Giovannino del dipinto con la Vergine, santa Elisabetta, Gesù, san Giovannino e due angeli del Louvre realizzato da Andrea verso il 1515-16. Il denso e avvolgente chiaroscuro e il tono sentimentale del disegno aveva fatto pensare all’ambito leonardesco; tuttavia proprio quei tratti e la tecnica suggeriscono invece una datazione seicentesca, non oltre il secondo o terzo decennio, e un’esecuzione da parte di un artista di cultura milanese.

Andrea del Sarto (Firenze, 1486-1530) copia da, Busto di San Giovannino, Matita, gesso, pastello su carta preparata, 282 x 200 mm, Inv. MD 2001.048.011 Dopo due secoli di erronea attribuzione a Leonardo, la critica è oggi concorde nel riconoscere nei due fogli raffiguranti il busto di san Giovannino della collezione Monti derivazioni da originali di Andrea del Sarto. In particolare, il foglio in esame è una copia puntuale del volto di San Giovannino del dipinto con la Vergine, santa Elisabetta, Gesù, san Giovannino e due angeli del Louvre realizzato da Andrea verso il 1515-16. Il denso e avvolgente chiaroscuro e il tono sentimentale del disegno aveva fatto pensare all’ambito leonardesco; tuttavia proprio quei tratti e la tecnica suggeriscono invece una datazione seicentesca, non oltre il secondo o terzo decennio, e un’esecuzione da parte di un artista di cultura milanese.

Andrea del Sarto (Firenze, 1486-1530) copia da, Busto di San Giovannino, Matita, gesso, pastello su carta, 282 x 203 mm, Inv. MD2001.048.004 Come l’altro disegno dallo stesso soggetto, anche questo foglio è stato a lungo considerato opera di ambito leonardesco per il delicato e tenero sfumato del tratto: oggi sono entrambi riconosciuti come copie da opere autografe di Andrea del Sarto, di mano di un anonimo pittore seicentesco proveniente dall’ambito della cultura milanese. Questo disegno deriva da uno studio preparatorio per la Vergine, santa Elisabetta, Gesù, san Giovannino e due angeli del Louvre realizzato da Andrea sul finire del secondo decennio del Cinquecento.

Andrea del Sarto (Firenze, 1486-1530) copia da, Busto di San Giovannino, Matita, gesso, pastello su carta, 282 x 203 mm, Inv. MD2001.048.004 Come l’altro disegno dallo stesso soggetto, anche questo foglio è stato a lungo considerato opera di ambito leonardesco per il delicato e tenero sfumato del tratto: oggi sono entrambi riconosciuti come copie da opere autografe di Andrea del Sarto, di mano di un anonimo pittore seicentesco proveniente dall’ambito della cultura milanese. Questo disegno deriva da uno studio preparatorio per la Vergine, santa Elisabetta, Gesù, san Giovannino e due angeli del Louvre realizzato da Andrea sul finire del secondo decennio del Cinquecento.

Battista Franco (Venezia 1510 circa -1561) maniera di, Decollazione del Battista, Olio su carta incollata su tavola, 31,2 x 44,5 cm, Inv. MD 2002.109.003 Attribuito in passato a Giulio Romano poi genericamente a scuola mantovana ma anche avvicinato all’ambiente manierista romano del terzo decennio del Cinquecento, è stato ricondotto dalla critica più recente al la maniera del veneziano Battista Franco, in particolare per la tipologia compositiva e per le accentuazioni fisiognomiche dei visi

Battista Franco (Venezia 1510 circa -1561) maniera di, Decollazione del Battista, Olio su carta incollata su tavola, 31,2 x 44,5 cm, Inv. MD 2002.109.003 Attribuito in passato a Giulio Romano poi genericamente a scuola mantovana ma anche avvicinato all’ambiente manierista romano del terzo decennio del Cinquecento, è stato ricondotto dalla critica più recente al la maniera del veneziano Battista Franco, in particolare per la tipologia compositiva e per le accentuazioni fisiognomiche dei visi

Johan Wierix (Anversa 1549 ca. – Bruxelles dopo il 1618) Adorazione dei Magi, Penna ed inchiostro bruno su pergamena, 275 x 390 mm, Inv. MD2001.048.009 Si tratta di uno dei numerosi disegni a penna su pergamena eseguiti dall’artista anversese, che affronta questo stesso soggetto più volte nel corso della sua carriera. L’impostazione compositiva di questo foglio ha uno spiccato carattere scenografico, con un fitto corteo di figure riunito intorno ai personaggi principali. Gli edifici rurali del paesaggio di fondo conferiscono all’insieme un carattere prettamente fiammingo e cinquecentesco, in contrasto con le vesti all’antica delle figure

Johan Wierix (Anversa 1549 ca. – Bruxelles dopo il 1618) Adorazione dei Magi, Penna ed inchiostro bruno su pergamena, 275 x 390 mm, Inv. MD2001.048.009 Si tratta di uno dei numerosi disegni a penna su pergamena eseguiti dall’artista anversese, che affronta questo stesso soggetto più volte nel corso della sua carriera. L’impostazione compositiva di questo foglio ha uno spiccato carattere scenografico, con un fitto corteo di figure riunito intorno ai personaggi principali. Gli edifici rurali del paesaggio di fondo conferiscono all’insieme un carattere prettamente fiammingo e cinquecentesco, in contrasto con le vesti all’antica delle figure