Chiostri di Sant'Eustorgio un luogo di storia e di preghiera
Chiostri di Sant'Eustorgio un luogo di storia e di preghiera

Provenienze diverse

Nel corso degli anni numerose opere hanno incrementato la collezione permanente del Museo Diocesano tramite donazioni o lasciti testamentari.
Accanto alle collezioni di arte antica si è formato nel tempo un piccolo nucleo di opere di arte contemporanea. Sono qui presentate solamente le opere esposte nelle sale del museo, ordinate cronologicamente.

Scuola dell’Italia settentrionale (XVII secolo), Natività con angeli, altorilievo in terracotta, 126 x 92 cm, Inv. MD 2013.074.001 Nulla si conosce della storia di quest’opera, giunta al Museo come donazione di Giorgio Giacomini: restituita ora alla policromia originaria dal restauro del 2013, la Natività, ancora in corso di studio, rivela rispondenze formali con la cultura figurativa emiliana. Echi neocorreggeschi sono evidenti nel dinamismo compositivo, nella costruzione della scena per ampie curve, nella flessuosità delle figure e in particolare della Vergine, nel morbido plasticismo degli angeli festosi e del Bambino. L’opera, verosimilmente destinata ad una cappella privata, rivela una qualità elevata dal punto di vista sia artistico che tecnico: l’anonimo maestro appare ancorato a riferimenti al linguaggio pittorico più che a coevi esempi scultorei.

Scuola dell’Italia settentrionale (XVII secolo), Natività con angeli, altorilievo in terracotta, 126 x 92 cm, Inv. MD 2013.074.001 Nulla si conosce della storia di quest’opera, giunta al Museo come donazione di Giorgio Giacomini: restituita ora alla policromia originaria dal restauro del 2013, la Natività, ancora in corso di studio, rivela rispondenze formali con la cultura figurativa emiliana. Echi neocorreggeschi sono evidenti nel dinamismo compositivo, nella costruzione della scena per ampie curve, nella flessuosità delle figure e in particolare della Vergine, nel morbido plasticismo degli angeli festosi e del Bambino. L’opera, verosimilmente destinata ad una cappella privata, rivela una qualità elevata dal punto di vista sia artistico che tecnico: l’anonimo maestro appare ancorato a riferimenti al linguaggio pittorico più che a coevi esempi scultorei.

Pietro Antonio Magatti (Varese 1691-1767), San Carlo in adorazione del crocifisso, olio su tela, 147 x 118,3 cm, Inv. MD 2008.132.001 Donato al Museo dall’avvocato Giuseppe Acerbi, il dipinto raffigura San Carlo, dal volto livido ed emaciato, in atteggiamento meditativo e sofferente, inginocchiato davanti a uno sperone roccioso, mentre un angelo gli mostra un Crocifisso. Il tema del San Carlo sofferente, trattato più volte dal pittore è qui ambientato in un contesto che rievoca il Sacro Monte di Varallo, anche per la presenza dell’angelo che, secondo la tradizione, sarebbe apparso a San Carlo proprio nel suo ultimo pellegrinaggio al Sacro Monte per annunciargli la sua morte imminente. Il Crocifisso non è qui un simulacro di legno ma una vera e propria apparizione del Cristo agonizzante sulla croce, reso con sensibilità e grande maestria dal pittore che ribadisce cosi la centralità del tema della passione e della morte di Cristo nella religiosità del Borromeo.

Pietro Antonio Magatti (Varese 1691-1767), San Carlo in adorazione del crocifisso, olio su tela, 147 x 118,3 cm, Inv. MD 2008.132.001 Donato al Museo dall’avvocato Giuseppe Acerbi, il dipinto raffigura San Carlo, dal volto livido ed emaciato, in atteggiamento meditativo e sofferente, inginocchiato davanti a uno sperone roccioso, mentre un angelo gli mostra un Crocifisso. Il tema del San Carlo sofferente, trattato più volte dal pittore è qui ambientato in un contesto che rievoca il Sacro Monte di Varallo, anche per la presenza dell’angelo che, secondo la tradizione, sarebbe apparso a San Carlo proprio nel suo ultimo pellegrinaggio al Sacro Monte per annunciargli la sua morte imminente. Il Crocifisso non è qui un simulacro di legno ma una vera e propria apparizione del Cristo agonizzante sulla croce, reso con sensibilità e grande maestria dal pittore che ribadisce cosi la centralità del tema della passione e della morte di Cristo nella religiosità del Borromeo.

Mosè Bianchi (Monza, 1840-1904), Crocifissione, olio su tela, 159,5×105 cm, Inv. MD 2000.023.001 Il dipinto di Mosè Bianchi, innovatore pittore lombardo, è una derivazione dalla pala d’altare realizzata dallo stesso per la famiglia Gavazzi nella chiesa di Valmadrera (Lecco) pochi anni prima. In questa tela, firmata e riferibile al 1880 circa, il tema della Crocifissione viene affrontato in termini di straordinario realismo: dallo spasimo del corpo di Cristo al dolore incontenibile e profondamente umano della Maddalena, all’irrompere di una straordinaria luminosità attraverso lo squarcio del cielo, tutto è pervaso da un drammatico dinamismo che si estende persino nella resa del paesaggio.

Mosè Bianchi (Monza, 1840-1904), Crocifissione, olio su tela, 159,5×105 cm, Inv. MD 2000.023.001 Il dipinto di Mosè Bianchi, innovatore pittore lombardo, è una derivazione dalla pala d’altare realizzata dallo stesso per la famiglia Gavazzi nella chiesa di Valmadrera (Lecco) pochi anni prima. In questa tela, firmata e riferibile al 1880 circa, il tema della Crocifissione viene affrontato in termini di straordinario realismo: dallo spasimo del corpo di Cristo al dolore incontenibile e profondamente umano della Maddalena, all’irrompere di una straordinaria luminosità attraverso lo squarcio del cielo, tutto è pervaso da un drammatico dinamismo che si estende persino nella resa del paesaggio.

Emilio Longoni (Barlassina, MB, 1859 – Milano 1932), Sola!, pastello su carta, 74,5×125 cm, Inv. MD 2019.200.001 Emilio Longoni, esponente del divisionismo italiano, rappresenta in questo pastello, presentato alla Triennale di Brera nel 1900, lo strazio materno per la perdita di un figlio. Tale sofferenza viene ricondotta a una dimensione intimista, raggiungendo l’obiettivo di raffigurare idealmente il dolore e di suscitare una struggente riflessione sulla morte. La presenza dei gigli che ricoprono la bara in primo piano e del cero acceso rivela una prima adesione dell’artista a tematiche simboliste. L’opera, giunta dalla Casa di Lavoro e Patronato per i Ciechi di Guerra di Lombardia di Milano, si distingue per una resa del colore steso puro o a impasto attraverso sottili filamenti che seguono e costituiscono i volumi.

Emilio Longoni (Barlassina, MB, 1859 – Milano 1932), Sola!, pastello su carta, 74,5×125 cm, Inv. MD 2019.200.001 Emilio Longoni, esponente del divisionismo italiano, rappresenta in questo pastello, presentato alla Triennale di Brera nel 1900, lo strazio materno per la perdita di un figlio. Tale sofferenza viene ricondotta a una dimensione intimista, raggiungendo l’obiettivo di raffigurare idealmente il dolore e di suscitare una struggente riflessione sulla morte. La presenza dei gigli che ricoprono la bara in primo piano e del cero acceso rivela una prima adesione dell’artista a tematiche simboliste. L’opera, giunta dalla Casa di Lavoro e Patronato per i Ciechi di Guerra di Lombardia di Milano, si distingue per una resa del colore steso puro o a impasto attraverso sottili filamenti che seguono e costituiscono i volumi.

Gaetano Previati (Ferrara 1852 – Lavagna, GE, 1920), La via al Calvario, olio su tela, 80×150 cm, Inv. MD 2017.189.001 La tela, giunta al Museo nel 2017 per legato di Nella Bolchini Bompiani, è stata realizzata intorno al 1901-1904 da Gaetano Previati, pittore tra i massimi esponenti del divisionismo italiano. L’interpretazione di un tema sacro, quale la salita al Calvario, offre a Previati l’opportunità di indagare il dolore straziante della Vergine e farne simbolo della sofferenza corale di tutta l’umanità. Maria è posta al centro di un lungo corteo che sale sul monte Golgota: lento incedere della folla è reso con pennellate allungate, secondo la tecnica divisionista, che conferiscono alle figure un ritmo ondeggiante, sottolineando il movimento ascensionale dell’intera composizione. La tela è dominata da toni terrosi e da una luce calda che amplifica l’impatto emotivo.

Gaetano Previati (Ferrara 1852 – Lavagna, GE, 1920), La via al Calvario, olio su tela, 80×150 cm, Inv. MD 2017.189.001 La tela, giunta al Museo nel 2017 per legato di Nella Bolchini Bompiani, è stata realizzata intorno al 1901-1904 da Gaetano Previati, pittore tra i massimi esponenti del divisionismo italiano. L’interpretazione di un tema sacro, quale la salita al Calvario, offre a Previati l’opportunità di indagare il dolore straziante della Vergine e farne simbolo della sofferenza corale di tutta l’umanità. Maria è posta al centro di un lungo corteo che sale sul monte Golgota: lento incedere della folla è reso con pennellate allungate, secondo la tecnica divisionista, che conferiscono alle figure un ritmo ondeggiante, sottolineando il movimento ascensionale dell’intera composizione. La tela è dominata da toni terrosi e da una luce calda che amplifica l’impatto emotivo.

Arturo Martini (Treviso 1889 – Milano 1947), L’amante morta, bronzo, fusione dal gesso originale realizzata nel 1988, 105x72x90 cm, Inv. MD 2011.150.001 Si tratta di uno dei tre esemplari in bronzo in prima fusione realizzati nel 1988 e desunti dal gesso originale. Quest’ultimo, conservato a Villa Necchi Campiglio ed esposto per la prima volta nel 1925 alla III Biennale romana, è databile all’inizio degli anni Venti e documenta il passaggio da una fase giovanile dell’artista ancora legata ai canoni tardo ottocenteschi del verismo a una successiva stagione più vicina al futurismo. La figura femminile seduta con lo specchio in grembo e il libro dei ricordi, ed il volto attonito rivolto verso l’alto, è definita con linee di arcaica semplicità. L’opera proviene da una collezione privata.

Arturo Martini (Treviso 1889 – Milano 1947), L’amante morta, bronzo, fusione dal gesso originale realizzata nel 1988, 105x72x90 cm, Inv. MD 2011.150.001 Si tratta di uno dei tre esemplari in bronzo in prima fusione realizzati nel 1988 e desunti dal gesso originale. Quest’ultimo, conservato a Villa Necchi Campiglio ed esposto per la prima volta nel 1925 alla III Biennale romana, è databile all’inizio degli anni Venti e documenta il passaggio da una fase giovanile dell’artista ancora legata ai canoni tardo ottocenteschi del verismo a una successiva stagione più vicina al futurismo. La figura femminile seduta con lo specchio in grembo e il libro dei ricordi, ed il volto attonito rivolto verso l’alto, è definita con linee di arcaica semplicità. L’opera proviene da una collezione privata.

Giacomo Manzù (Bergamo 1908 – Roma 1991), Crocifissione, 1940, bronzo dorato, 36×30,5×6 cm, Inv MD 2013.175.002 Il crocifisso in bronzo dorato è opera del celebre scultore Giacomo Manzoni, meglio conosciuto con lo paseudonimo di Manzù. Datata 1940, è stata realizzata poco dopo l’avvio, nel 1938, della celebre serie dei Cardinali, tema iconografico presente in tutta la sua carriera. Nel 1939 è, invece, la serie Cristo nella nostra umanità, bassorilievi in bronzo incentrati sui temi della Deposizione e Crocifissione. Il tema sacro della morte di Cristo è più volte indagato dallo scultore nel corpus della sua produzione. In quest’opera, giunta al museo per donazione privata nel 2013, il sottile corpo di Cristo pare abbandonarsi; il modellato morbido e le linee arrotondate accentuano la plasticità del bronzo dorato.

Giacomo Manzù (Bergamo 1908 – Roma 1991), Crocifissione, 1940, bronzo dorato, 36×30,5×6 cm, Inv MD 2013.175.002 Il crocifisso in bronzo dorato è opera del celebre scultore Giacomo Manzoni, meglio conosciuto con lo paseudonimo di Manzù. Datata 1940, è stata realizzata poco dopo l’avvio, nel 1938, della celebre serie dei Cardinali, tema iconografico presente in tutta la sua carriera. Nel 1939 è, invece, la serie Cristo nella nostra umanità, bassorilievi in bronzo incentrati sui temi della Deposizione e Crocifissione. Il tema sacro della morte di Cristo è più volte indagato dallo scultore nel corpus della sua produzione. In quest’opera, giunta al museo per donazione privata nel 2013, il sottile corpo di Cristo pare abbandonarsi; il modellato morbido e le linee arrotondate accentuano la plasticità del bronzo dorato.

Venturino Venturi (Loro Ciuffenna, 1918 – Terranuova Bracciolini, 2002), Santa Caterina da Siena, 1956, cemento, cm 50x30x21, Inv. MD 2014.183.001 Venturino Venturi, scultore toscano il cui nome è primariamente correlato alla realizzazione della piazzetta dei mosaici nel Parco di Pinocchio a Collodi (Pescia, PT), sorto nel 1951 per commemorare il celebre scrittore, realizza la Santa Caterina nel 1956, al tempo dell’impresa collodiana e agli albori della grave crisi psichiatrica che di lì a poco lo avrebbe colpito. E’ quello un periodo di intensa attività che lo avvicina ancor di più al tema sacro. L’opera in esame è esemplificativa della ricerca di semplificazione formale che ha spinto l’autore a concentrarsi sul valore della linea e sulla bidimensionalità. Il volto della santa, infatti, emerge dal cemento attraverso semplici accenni grafici, riducendo la forma all’essenziale. L’opera è stata donata al museo dall’Archivio Venturino Venturi, Loro Ciuffenna (AR).

Venturino Venturi (Loro Ciuffenna, 1918 – Terranuova Bracciolini, 2002), Santa Caterina da Siena, 1956, cemento, cm 50x30x21, Inv. MD 2014.183.001 Venturino Venturi, scultore toscano il cui nome è primariamente correlato alla realizzazione della piazzetta dei mosaici nel Parco di Pinocchio a Collodi (Pescia, PT), sorto nel 1951 per commemorare il celebre scrittore, realizza la Santa Caterina nel 1956, al tempo dell’impresa collodiana e agli albori della grave crisi psichiatrica che di lì a poco lo avrebbe colpito. E’ quello un periodo di intensa attività che lo avvicina ancor di più al tema sacro. L’opera in esame è esemplificativa della ricerca di semplificazione formale che ha spinto l’autore a concentrarsi sul valore della linea e sulla bidimensionalità. Il volto della santa, infatti, emerge dal cemento attraverso semplici accenni grafici, riducendo la forma all’essenziale. L’opera è stata donata al museo dall’Archivio Venturino Venturi, Loro Ciuffenna (AR).

Giannino Castiglioni (Milano 1884 – Lierna, LC 1971), Pietà, 1961, bronzo, cm 35×33, Inv. MD 2013.175.001 Il piccolo bassorilievo in bronzo, realizzato nel 1961 ed esposto alla V Biennale Italiana d’Arte Sacra (Angelicum, Milano), è esemplificativo delle doti di medaglista che Giannino Castiglioni sviluppa sin dagli esordi della sua carriera, grazie alla formazione presso il laboratorio del padre. La scena della Pietà è qui resa attraverso un delicato rilevo che genera leggere sfumature chiaroscurali, intercalato a segni grafici più netti. L’opera proviene da collezione privata.

Giannino Castiglioni (Milano 1884 – Lierna, LC 1971), Pietà, 1961, bronzo, cm 35×33, Inv. MD 2013.175.001 Il piccolo bassorilievo in bronzo, realizzato nel 1961 ed esposto alla V Biennale Italiana d’Arte Sacra (Angelicum, Milano), è esemplificativo delle doti di medaglista che Giannino Castiglioni sviluppa sin dagli esordi della sua carriera, grazie alla formazione presso il laboratorio del padre. La scena della Pietà è qui resa attraverso un delicato rilevo che genera leggere sfumature chiaroscurali, intercalato a segni grafici più netti. L’opera proviene da collezione privata.

Silvio Consadori (Brescia, 1909 – Burano, Venezia, 1994), Deposizione, olio su tela, cm 209 x 104, Inv. MD 2011.151.001 La grande tela, firmata sul fronte ma non datata, è da ascriversi alla stagione intensa di committenze religiose che Consadori attraversò nei primi decenni della seconda metà del Novecento. Consadori affronta il tema del sacro accentuando la forza evocativa della sua pittura. L’artista coglie la figura nella quotidianità dei gesti: uomini, santi, episodi decisivi della storia sacra sono rivissuti ordinariamente, come accade in questa tela donata al museo dalla figlia Anna Maria Consadori. La composizione è di forte impatto emotivo. La luce salda e tersa e la forza della pennellata, caratteristica di tutta la sua produzione, fanno del colore l’elemento fondante della struttura compositiva, edificata attraverso forme solide.

Silvio Consadori (Brescia, 1909 – Burano, Venezia, 1994), Deposizione, olio su tela, cm 209 x 104, Inv. MD 2011.151.001 La grande tela, firmata sul fronte ma non datata, è da ascriversi alla stagione intensa di committenze religiose che Consadori attraversò nei primi decenni della seconda metà del Novecento. Consadori affronta il tema del sacro accentuando la forza evocativa della sua pittura. L’artista coglie la figura nella quotidianità dei gesti: uomini, santi, episodi decisivi della storia sacra sono rivissuti ordinariamente, come accade in questa tela donata al museo dalla figlia Anna Maria Consadori. La composizione è di forte impatto emotivo. La luce salda e tersa e la forza della pennellata, caratteristica di tutta la sua produzione, fanno del colore l’elemento fondante della struttura compositiva, edificata attraverso forme solide.

Floriano Bodini (Gemonio, Varese 1933 – Milano 2005), Paolo VI, 1968, bronzo, cm 244 x 118 x 121, Inv MD 2013.172.002 La scultura raffigurante Paolo VI è testimonianza del legame esistente tra Floriano Bodini e Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI, pontefice tante volte ritratto dallo scultore. Paolo VI è qui ritratto a tutta figura con in capo la mitra episcopale. Dall’apertura frontale del piviale fuoriescono le grandi mani protratte in avanti, allusione all’identità ed alla vita del personaggio ritratto. Il pontefice fu infatti promotore dell’apertura della Chiesa verso gli artisti contemporanei in un momento storico di particolare importanza per il riavvicinamento tra Chiesa e Arti, quale quello ispirato dal Concilio Vaticano II (1962-65). Dei ritratti del pontefice Bodini ha realizzato numerose versioni: il bronzo entrato in collezione del Museo nel 2013, è una variante della versione lignea del 1968, ora ai Musei Vaticani, realizza nel medesimo anno. L’opera proviene dalla Collezione Walter Fontana.

Floriano Bodini (Gemonio, Varese 1933 – Milano 2005), Paolo VI, 1968, bronzo, cm 244 x 118 x 121, Inv MD 2013.172.002 La scultura raffigurante Paolo VI è testimonianza del legame esistente tra Floriano Bodini e Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI, pontefice tante volte ritratto dallo scultore. Paolo VI è qui ritratto a tutta figura con in capo la mitra episcopale. Dall’apertura frontale del piviale fuoriescono le grandi mani protratte in avanti, allusione all’identità ed alla vita del personaggio ritratto. Il pontefice fu infatti promotore dell’apertura della Chiesa verso gli artisti contemporanei in un momento storico di particolare importanza per il riavvicinamento tra Chiesa e Arti, quale quello ispirato dal Concilio Vaticano II (1962-65). Dei ritratti del pontefice Bodini ha realizzato numerose versioni: il bronzo entrato in collezione del Museo nel 2013, è una variante della versione lignea del 1968, ora ai Musei Vaticani, realizza nel medesimo anno. L’opera proviene dalla Collezione Walter Fontana.

Floriano Bodini (Gemonio, Varese 1933 – Milano 2005), Colombe, 1970, argento, cm 53 x 84 x 72, Inv. MD 2013.172.001 Autore di fama internazionale, Floriano Bodini si forma all’Accademia di Brera intorno agli anni ’50, studiando con lo scultore Francesco Messina, ed aderisce al movimento artistico del realismo esistenziale realizzando opere di grande portata drammatica e comunicativa. In questo piccolo saggio di scultura le tre colombe paiono planare al suolo, modellate secondo il riconoscibile linguaggio dell’artista. Il tema della colomba, portatrice di messaggi e simbolo di salvezza è caro a Bodini, che lo declina in numerose tecniche, dalla scultura al disegno, alla ceramica, all’incisione. L’opera, realizzata nel 1970 e recante la firma incisa sulla base “Bodini 70”, proviene dalla Collezione Walter Fontana.

Floriano Bodini (Gemonio, Varese 1933 – Milano 2005), Colombe, 1970, argento, cm 53 x 84 x 72, Inv. MD 2013.172.001 Autore di fama internazionale, Floriano Bodini si forma all’Accademia di Brera intorno agli anni ’50, studiando con lo scultore Francesco Messina, ed aderisce al movimento artistico del realismo esistenziale realizzando opere di grande portata drammatica e comunicativa. In questo piccolo saggio di scultura le tre colombe paiono planare al suolo, modellate secondo il riconoscibile linguaggio dell’artista. Il tema della colomba, portatrice di messaggi e simbolo di salvezza è caro a Bodini, che lo declina in numerose tecniche, dalla scultura al disegno, alla ceramica, all’incisione. L’opera, realizzata nel 1970 e recante la firma incisa sulla base “Bodini 70”, proviene dalla Collezione Walter Fontana.

William G. Congdon (Providence 1912 – Milano 1998), Crocifisso 46, 1969, olio su faesite, cm 60 x 50, inv MD 2006.123.001 L’opera sancisce il ritorno di Congdon al tema del crocefisso, sospeso nel primo semestre del 1966 dopo la realizzazione del grande Crocefisso 45, oggi alla Fondazione Congdon di Buccinasco, Milano. Il dipinto ha uno spiccato carattere luttuoso, dominato dal nero e dalle tonalità grigio-violacee. La critica è concorde nel riconoscere che il denso nero che domina la parte superiore concorre ad accentuare l’impianto caratteristico del landscape, già sperimentato nei paesaggi di poco precedenti. Anche l’impianto formale a mezzo busto è già utilizzato in crocefissi antecedenti. La verticalità della croce, l’intersecarsi con il piano orizzontale della medesima, il contrasto tra il chiarore dei toni grigi e il nero denso che si raggruma nei capelli del capo reclinato di Cristo, sono temi familiari nella serie dei Crocefissi ma particolarmente avvertiti nel dipinto del Museo Diocesano. L’opera è stata donata dalla Fondazione Congdon all’Arcivescovo di Milano Card. Dionigi Tettamanzi, che a sua volta ne fece dono al Museo stesso.

William G. Congdon (Providence 1912 – Milano 1998), Crocifisso 46, 1969, olio su faesite, cm 60 x 50, inv MD 2006.123.001 L’opera sancisce il ritorno di Congdon al tema del crocefisso, sospeso nel primo semestre del 1966 dopo la realizzazione del grande Crocefisso 45, oggi alla Fondazione Congdon di Buccinasco, Milano. Il dipinto ha uno spiccato carattere luttuoso, dominato dal nero e dalle tonalità grigio-violacee. La critica è concorde nel riconoscere che il denso nero che domina la parte superiore concorre ad accentuare l’impianto caratteristico del landscape, già sperimentato nei paesaggi di poco precedenti. Anche l’impianto formale a mezzo busto è già utilizzato in crocefissi antecedenti. La verticalità della croce, l’intersecarsi con il piano orizzontale della medesima, il contrasto tra il chiarore dei toni grigi e il nero denso che si raggruma nei capelli del capo reclinato di Cristo, sono temi familiari nella serie dei Crocefissi ma particolarmente avvertiti nel dipinto del Museo Diocesano. L’opera è stata donata dalla Fondazione Congdon all’Arcivescovo di Milano Card. Dionigi Tettamanzi, che a sua volta ne fece dono al Museo stesso.

Benedetto Pietrogrande (Montegalda, Vicenza, 1928), Crocifisso, bronzo, cm 42,8 x 35 x 5,4, Inv. n. MD 2011.152.001 Questa piccola scultura di Pietrogrande un’opera di particolare intensità. Il bronzo in esame denota particolare attenzione alla disposizione calibrata dei volumi e all’uso sapiente delle sfumature chiaroscurali create dalle fini differenze del rilievo. Il bronzo, realizzato nel 1975 e recante la firma incisa in basso a destra “B. Pietrogrande”, è stato donato al Museo dall’artista nel 2011.

Benedetto Pietrogrande (Montegalda, Vicenza, 1928), Crocifisso, bronzo, cm 42,8 x 35 x 5,4, Inv. n. MD 2011.152.001 Questa piccola scultura di Pietrogrande un’opera di particolare intensità. Il bronzo in esame denota particolare attenzione alla disposizione calibrata dei volumi e all’uso sapiente delle sfumature chiaroscurali create dalle fini differenze del rilievo. Il bronzo, realizzato nel 1975 e recante la firma incisa in basso a destra “B. Pietrogrande”, è stato donato al Museo dall’artista nel 2011.

Giovanbattista Valentini, detto Nanni Valentini (Sant’Angelo in Vado, PU 1932 – Vimercate, MB 1985), Angelo Dioniso, terracotta greificata, 1984-1985, cm 250 x 192 x 72, Inv. MD 2014.181.001 Marchigiano d’origine ma aggiornato sulle novità della ricerca contemporanea – a Milano avviene infatti la sua maturazione artistica – Nanni Valentini è artista tra i massimi esponenti della scultura italiana del secondo dopoguerra. La sua ricerca si basa sull’arte ceramica, di cui ha conosciuto i segreti collaborando con grandi maestri come Lucio Fontana e guardando al lavoro di altri, come Arturo Martini. Nella sua produzione l’argilla è la protagonista assoluta, come in quest’opera realizzata in terracotta greificata che rientra nella produzione degli anni Ottanta, quando Valentini si dedica a specifici nuclei tematici, tra i quali quello dell’Angelo. L’imponente scultura, che riproduce attraverso l’essenzialità delle forme e la materialità dei colori terrosi il lieve avvicinamento della figura angelica, è dono dell’Archivio Nanni Valentini di Arcore.

Giovanbattista Valentini, detto Nanni Valentini (Sant’Angelo in Vado, PU 1932 – Vimercate, MB 1985), Angelo Dioniso, terracotta greificata, 1984-1985, cm 250 x 192 x 72, Inv. MD 2014.181.001 Marchigiano d’origine ma aggiornato sulle novità della ricerca contemporanea – a Milano avviene infatti la sua maturazione artistica – Nanni Valentini è artista tra i massimi esponenti della scultura italiana del secondo dopoguerra. La sua ricerca si basa sull’arte ceramica, di cui ha conosciuto i segreti collaborando con grandi maestri come Lucio Fontana e guardando al lavoro di altri, come Arturo Martini. Nella sua produzione l’argilla è la protagonista assoluta, come in quest’opera realizzata in terracotta greificata che rientra nella produzione degli anni Ottanta, quando Valentini si dedica a specifici nuclei tematici, tra i quali quello dell’Angelo. L’imponente scultura, che riproduce attraverso l’essenzialità delle forme e la materialità dei colori terrosi il lieve avvicinamento della figura angelica, è dono dell’Archivio Nanni Valentini di Arcore.

Benedetto Pietrogrande (Montegalda, Vicenza 1928), Bassorielievo a soggetto eucaristico, bronzo, 27,7×39,5×3,6 cm, Inv. MD 2011 152.002 Nel bassorilievo a soggetto eucaristico del 1985, donato dall’autore al museo nel 2011, la Mensa è resa attraverso il bilanciato disporsi dei volumi secondo le direttrici ortogonali della superficie. Le sottili differenze del rilievo creano effetti di delicato chiaroscuro. Pietrogrande, autore tra i protagonisti della scultura italiana del secondo Novecento, si è sempre mostrato particolarmente sensibile ai temi di ispirazione religiosa. Caratteristica distintiva del suo segno è la ricerca di semplificazione formale fino a giungere ad una figurazione costruita con un linguaggio scarno e immediato, come riassunto in quest’opera.

Benedetto Pietrogrande (Montegalda, Vicenza 1928), Bassorielievo a soggetto eucaristico, bronzo, 27,7×39,5×3,6 cm, Inv. MD 2011 152.002 Nel bassorilievo a soggetto eucaristico del 1985, donato dall’autore al museo nel 2011, la Mensa è resa attraverso il bilanciato disporsi dei volumi secondo le direttrici ortogonali della superficie. Le sottili differenze del rilievo creano effetti di delicato chiaroscuro. Pietrogrande, autore tra i protagonisti della scultura italiana del secondo Novecento, si è sempre mostrato particolarmente sensibile ai temi di ispirazione religiosa. Caratteristica distintiva del suo segno è la ricerca di semplificazione formale fino a giungere ad una figurazione costruita con un linguaggio scarno e immediato, come riassunto in quest’opera.

Benedetto Pietrogrande (Montegalda, Vicenza 1928), Bozzetto per Arcangelo Michele, bronzo, cm 32 x 17,5 x 10, Inv. MD 2011.152.003 Il bozzetto per l’Arcangelo Michele, realizzato nel 2004, è preparatorio alla grande statua di analogo soggetto collocata in piazza San Paolo a Monza nel medesimo anno, in prossimità del luogo in cui sorgeva l’antica chiesa di San Michele Arcangelo demolita nel 1922. L’arcangelo è raffigurato nell’atto di calpestare un drago e, riprendendo l’iconografia del demolito affresco della Messa all’interno della chiesa, non brandisce la spada ma tiene in mano uno scettro coronato da un fiore di giglio. Rispetto alla realizzazione finale dell’opera il bozzetto, donato dall’artista al museo nel 2011, presenta un linguaggio più scarno e maggiormente interessato alla definizione dei semplici volumi nello spazio.

Benedetto Pietrogrande (Montegalda, Vicenza 1928), Bozzetto per Arcangelo Michele, bronzo, cm 32 x 17,5 x 10, Inv. MD 2011.152.003 Il bozzetto per l’Arcangelo Michele, realizzato nel 2004, è preparatorio alla grande statua di analogo soggetto collocata in piazza San Paolo a Monza nel medesimo anno, in prossimità del luogo in cui sorgeva l’antica chiesa di San Michele Arcangelo demolita nel 1922. L’arcangelo è raffigurato nell’atto di calpestare un drago e, riprendendo l’iconografia del demolito affresco della Messa all’interno della chiesa, non brandisce la spada ma tiene in mano uno scettro coronato da un fiore di giglio. Rispetto alla realizzazione finale dell’opera il bozzetto, donato dall’artista al museo nel 2011, presenta un linguaggio più scarno e maggiormente interessato alla definizione dei semplici volumi nello spazio.

Guido Lodigiani (Milano, 1959), Complici, 2011, bronzo policromo, misure varie, Inv. MD 2014.177.001 L’opera nasce dall’insieme di 25 sculture, in bronzo policromo di differenti dimensioni, singolarmente ideate e solo successivamente assemblate per dar vita all’installazione progettata dall’artista nel 2011 in relazione allo spazio museale. Le singole sculture, modellate in cera, carta e legno e successivamente fuse in bronzo, sono sospese nella sala Crociera del museo generando un movimento discendente che evoca leggerezza e induce alla riflessione. La composizione dona ai singoli pezzi nuova vita e nuovo significato. L’opera allude simbolicamente alla complicità generata dal sentimento d’amore, considerando sia quello esistente tra le anime affini, che quello di Dio verso l’umanità intera.

Guido Lodigiani (Milano, 1959), Complici, 2011, bronzo policromo, misure varie, Inv. MD 2014.177.001 L’opera nasce dall’insieme di 25 sculture, in bronzo policromo di differenti dimensioni, singolarmente ideate e solo successivamente assemblate per dar vita all’installazione progettata dall’artista nel 2011 in relazione allo spazio museale. Le singole sculture, modellate in cera, carta e legno e successivamente fuse in bronzo, sono sospese nella sala Crociera del museo generando un movimento discendente che evoca leggerezza e induce alla riflessione. La composizione dona ai singoli pezzi nuova vita e nuovo significato. L’opera allude simbolicamente alla complicità generata dal sentimento d’amore, considerando sia quello esistente tra le anime affini, che quello di Dio verso l’umanità intera.