Chiostri di Sant'Eustorgio un luogo di storia e di preghiera
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Collezioni arcivescovili: Collezione Pozzobonelli

Un cospicuo gruppo di opere delle collezioni del Museo proviene, grazie all’illuminata iniziativa del Cardinale Martini, dalla Quadreria Arcivescovile, da cui sono giunti molti dipinti delle antiche collezioni degli arcivescovi milanesi e che riflettono i loro diversi orientamenti culturali.

Molto particolare è l’orientamento collezionistico del cardinale Giuseppe Pozzobonelli (1696-1783). Il nucleo dei dipinti della sua collezione costituisce una delle maggiori espressioni della cultura dell’Arcadia diffusasi a Milano nel Settecento: le opere raffigurano tutte soggetti arcadici, paesaggi bucolici e marine, prospettive con figure, di ambito romano, veneto, lombardo, e, in misura minore, toscano, napoletano e fiammingo, databili tra le fine del Seicento e gli anni Settanta del secolo successivo. Fra i pittori della collezione ricordiamo Francesco Zuccarelli, Vittorio Amedeo Cignaroli, il Cavalier Tempesta, Paolo Anesi e Giovanni Paolo Panini.

Carlo Antonio Tavella (Milano 1668 – Genova 1738) Paesaggio con pescatori, olio su tela, 44,5×50 cm, Inv. MD 2001.025.018 Formatosi a Milano, con frequenti viaggi in Lombardia, Emilia e Toscana, il Tavella svolge il suo apprendistato presso Peter Mulier, detto il Cavalier Tempesta per poi stabilirsi a Genova, specializzandosi nella rappresentazione di paesaggi. Rispetto ai modelli del maestro, il dipinto è caratterizzato da una sensibilità luministica equilibrata e meno drammatica. Caratteristiche della produzione del pittore sono le sagome ben delineate del promontorio sullo sfondo e la definizione precisa delle piccole figure in primo piano, evidenti anche in quest’opera. La vicinanza ai modi del Cavalier Tempesta e la semplicità della composizione rispetto alle opere della sua maturità fanno pensare ad una datazione intorno al primo decennio del Settecento.

Carlo Antonio Tavella (Milano 1668 – Genova 1738) Paesaggio con pescatori, olio su tela, 44,5×50 cm, Inv. MD 2001.025.018 Formatosi a Milano, con frequenti viaggi in Lombardia, Emilia e Toscana, il Tavella svolge il suo apprendistato presso Peter Mulier, detto il Cavalier Tempesta per poi stabilirsi a Genova, specializzandosi nella rappresentazione di paesaggi. Rispetto ai modelli del maestro, il dipinto è caratterizzato da una sensibilità luministica equilibrata e meno drammatica. Caratteristiche della produzione del pittore sono le sagome ben delineate del promontorio sullo sfondo e la definizione precisa delle piccole figure in primo piano, evidenti anche in quest’opera. La vicinanza ai modi del Cavalier Tempesta e la semplicità della composizione rispetto alle opere della sua maturità fanno pensare ad una datazione intorno al primo decennio del Settecento.

Carlo Antonio Tavella (Milano 1668 – Genova 1738), Paesaggio con figura femminile, pastore e gregge, olio su tela, 44,5×50 cm, Inv. MD 2001.025.026 Il dipinto è da riferire alla fase matura dell’attività del Tavella, intorno al terzo decennio del Settecento, quando cioè si allontana dalla lezione del Cavalier Tempesta per avvicinarsi alla pittura di Gasper Dughet, con toni arcadici, impaginazioni spaziali più ampie ed equilibrate e una gamma cromatica con grande varietà di toni. La disposizione degli alberi nella parte sinistra delimita, come con una quinta architettonica, il digradare di piani che si perdono nell’orizzonte collinoso e nel cielo, reso per delicati contrappunti chiaroscurali; la presenza delle macchiette che animano lo sfondo, così come la fattura delle pecore e della figura femminile, paiono la sigla del pittore.

Carlo Antonio Tavella (Milano 1668 – Genova 1738), Paesaggio con figura femminile, pastore e gregge, olio su tela, 44,5×50 cm, Inv. MD 2001.025.026 Il dipinto è da riferire alla fase matura dell’attività del Tavella, intorno al terzo decennio del Settecento, quando cioè si allontana dalla lezione del Cavalier Tempesta per avvicinarsi alla pittura di Gasper Dughet, con toni arcadici, impaginazioni spaziali più ampie ed equilibrate e una gamma cromatica con grande varietà di toni. La disposizione degli alberi nella parte sinistra delimita, come con una quinta architettonica, il digradare di piani che si perdono nell’orizzonte collinoso e nel cielo, reso per delicati contrappunti chiaroscurali; la presenza delle macchiette che animano lo sfondo, così come la fattura delle pecore e della figura femminile, paiono la sigla del pittore.

Carlo Antonio Tavella (Milano 1668 – Genova 1738), Paesaggio con pastori, olio su tela, 62,3 x 74,5 cm, Inv. MD 2001.025.002 In quest’opera i forti contrasti luminosi caratteristici della prima produzione dell’artista sono abbandonati in favore di un’impronta più classicista, che rivela forti rapporti con la pittura romana contemporanea, in particolare con artisti quali Jan Frans, van Bloemer e Andrea Locatelli: questi tratti stilistici permettono di riferire il dipinto all’ultimo periodo di attività del Tavella, nel terzo decennio del Settecento.

Carlo Antonio Tavella (Milano 1668 – Genova 1738), Paesaggio con pastori, olio su tela, 62,3 x 74,5 cm, Inv. MD 2001.025.002 In quest’opera i forti contrasti luminosi caratteristici della prima produzione dell’artista sono abbandonati in favore di un’impronta più classicista, che rivela forti rapporti con la pittura romana contemporanea, in particolare con artisti quali Jan Frans, van Bloemer e Andrea Locatelli: questi tratti stilistici permettono di riferire il dipinto all’ultimo periodo di attività del Tavella, nel terzo decennio del Settecento.

Marco Ricci (Belluno 1676 – Venezia 1730), Parco di una villa, Tempera su carta marrone, 33 x 46 cm, Inv. MD 2001.025.030 L’attribuzione di quest’opera al Ricci, a lungo discussa, è confermata dalla stesura liscia del colore ottenuta attraverso velature sovrapposte, dalla vivacità cromatica, dall’atmosfera ariosa. La resa elegante delle architetture e delle macchiette, l’attenzione alla vegetazione e l’accordo cromatico tra i colori sono confrontabili con un’opera analoga, autografa, conservata nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, collocabile fra il 1724 e il 1725, termine post quem per datare la tempera in esame.

Marco Ricci (Belluno 1676 – Venezia 1730), Parco di una villa, Tempera su carta marrone, 33 x 46 cm, Inv. MD 2001.025.030 L’attribuzione di quest’opera al Ricci, a lungo discussa, è confermata dalla stesura liscia del colore ottenuta attraverso velature sovrapposte, dalla vivacità cromatica, dall’atmosfera ariosa. La resa elegante delle architetture e delle macchiette, l’attenzione alla vegetazione e l’accordo cromatico tra i colori sono confrontabili con un’opera analoga, autografa, conservata nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, collocabile fra il 1724 e il 1725, termine post quem per datare la tempera in esame.

Francesco Zuccarelli (Pitigliano, GR, 1702 – Firenze 1788), Paesaggio con figure e greggi, olio su tela, 35,5 x 48,5 cm, Inv. MD 2001.025.025 Poche le notizie sulla formazione dell’artista, avvenuta in ambienti artistici fiorentini e romani; proprio a Roma viene a contatto con la pittura di paesaggio di gusto classicheggiante, mentre a Venezia tramite Marco Ricci si avvicina alla pittura propriamente arcadica; proprio nella città lagunare ottiene grande notorietà, collaborando col Bellotto e il Vicentini: per tutta la vita Zuccarelli si dedica alla pittura di paesaggio, ottenendo fama a livello internazionale. In quest’opera di notevole abilità esecutiva e raffinatezza formale l’atmosfera è quella tipicamente arcadica e idillica. Il paesaggio è descritto minuziosamente e le figurine sono accuratamente modellate negli incarnati e nei panneggi. L’accordo cromatico che si contraddistingue per la delicatezza delle tonalità e l’atmosfera luminosa rivela lo stile dello Zuccarelli della fine degli anni Quaranta.

Francesco Zuccarelli (Pitigliano, GR, 1702 – Firenze 1788), Paesaggio con figure e greggi, olio su tela, 35,5 x 48,5 cm, Inv. MD 2001.025.025 Poche le notizie sulla formazione dell’artista, avvenuta in ambienti artistici fiorentini e romani; proprio a Roma viene a contatto con la pittura di paesaggio di gusto classicheggiante, mentre a Venezia tramite Marco Ricci si avvicina alla pittura propriamente arcadica; proprio nella città lagunare ottiene grande notorietà, collaborando col Bellotto e il Vicentini: per tutta la vita Zuccarelli si dedica alla pittura di paesaggio, ottenendo fama a livello internazionale. In quest’opera di notevole abilità esecutiva e raffinatezza formale l’atmosfera è quella tipicamente arcadica e idillica. Il paesaggio è descritto minuziosamente e le figurine sono accuratamente modellate negli incarnati e nei panneggi. L’accordo cromatico che si contraddistingue per la delicatezza delle tonalità e l’atmosfera luminosa rivela lo stile dello Zuccarelli della fine degli anni Quaranta.

Francesco Zuccarelli, (Pitigliano, GR, 1702 – Firenze 1788), Paesaggio arcadico, olio su tela, 49,5x 66,5 cm, Inv. MD 2001.025.006 L’opera rivela la piena padronanza espressiva raggiunta dall’artista nel quinto decennio del Settecento. L’ariosa scenetta è costruita con sicurezza: le fronde dell’albero sulla sinistra riflettono la luminosità del cielo e alcune architetture lontane, digradanti lungo il pendio della collina, chiudono la composizione. Le influenze dei paesaggisti romani, come Anesi e Locatelli, e la componente veneta derivata dallo studio di Marco Ricci si fondono dando origine a raffinati idilli arcadici. Il dipinto è stata probabilmente commissionato, come altri, direttamente dal cardinale Pozzobonelli che era in contatto col paesaggista toscano fra il 1747 e il 1748, datazione che si accorda con le caratteristiche stilistiche e il taglio compositivo della tela.

Francesco Zuccarelli, (Pitigliano, GR, 1702 – Firenze 1788), Paesaggio arcadico, olio su tela, 49,5x 66,5 cm, Inv. MD 2001.025.006 L’opera rivela la piena padronanza espressiva raggiunta dall’artista nel quinto decennio del Settecento. L’ariosa scenetta è costruita con sicurezza: le fronde dell’albero sulla sinistra riflettono la luminosità del cielo e alcune architetture lontane, digradanti lungo il pendio della collina, chiudono la composizione. Le influenze dei paesaggisti romani, come Anesi e Locatelli, e la componente veneta derivata dallo studio di Marco Ricci si fondono dando origine a raffinati idilli arcadici. Il dipinto è stata probabilmente commissionato, come altri, direttamente dal cardinale Pozzobonelli che era in contatto col paesaggista toscano fra il 1747 e il 1748, datazione che si accorda con le caratteristiche stilistiche e il taglio compositivo della tela.

Francesco Zuccarelli (Pitigliano, GR, 1702 – Firenze 1788), Paesaggio agreste con contadina a cavallo, olio su tela, 48,5x 66,7, Inv. MD 2001.025.010 Protagonista assoluto del dipinto di Zuccarelli è il paesaggio, caratterizzato da un’atmosfera calma e serena, dal prevalere di una tavolozza di chiara e luminosa e dall’uso di una tecnica pittorica che si avvale di tratteggi nella descrizione degli alberi e di una resa più morbida e sfumata nella rappresentazione del cielo e dello sfondo. Tutti questi elementi inducono a datare il dipinto alla fine del quinto decennio del XVIII secolo, in corrispondenza del soggiorno lombardo dell’artista.

Francesco Zuccarelli (Pitigliano, GR, 1702 – Firenze 1788), Paesaggio agreste con contadina a cavallo, olio su tela, 48,5x 66,7, Inv. MD 2001.025.010 Protagonista assoluto del dipinto di Zuccarelli è il paesaggio, caratterizzato da un’atmosfera calma e serena, dal prevalere di una tavolozza di chiara e luminosa e dall’uso di una tecnica pittorica che si avvale di tratteggi nella descrizione degli alberi e di una resa più morbida e sfumata nella rappresentazione del cielo e dello sfondo. Tutti questi elementi inducono a datare il dipinto alla fine del quinto decennio del XVIII secolo, in corrispondenza del soggiorno lombardo dell’artista.

Francesco Zuccarelli (Pitigliano, GR, 1702 – Firenze 1788), Paesaggio con cacciatore, olio su tela, 36 x 48,3, Inv. MD 2001.025.029 A lungo riferito al bolognese Giuseppe Zais, il dipinto è stato invece ricondotto da studi più recenti al catalogo di Zuccarelli: la resa delle nubi, la corposa pennellata che delinea le piccole figure, il senso di sconfinata apertura sull’orizzonte sono infatti caratteri stilistici tipici della produzione dell’artista toscano, con una datazione negli anni maturi, intorno al sesto decennio del XVIII secolo. Anche le pennellate morbide e leggere sullo sfondo e più vibranti e pastose in primo piano e sulle fronde degli alberi si riscontrano in altri opere dell’artista riferibili agli stessi anni.

Francesco Zuccarelli (Pitigliano, GR, 1702 – Firenze 1788), Paesaggio con cacciatore, olio su tela, 36 x 48,3, Inv. MD 2001.025.029 A lungo riferito al bolognese Giuseppe Zais, il dipinto è stato invece ricondotto da studi più recenti al catalogo di Zuccarelli: la resa delle nubi, la corposa pennellata che delinea le piccole figure, il senso di sconfinata apertura sull’orizzonte sono infatti caratteri stilistici tipici della produzione dell’artista toscano, con una datazione negli anni maturi, intorno al sesto decennio del XVIII secolo. Anche le pennellate morbide e leggere sullo sfondo e più vibranti e pastose in primo piano e sulle fronde degli alberi si riscontrano in altri opere dell’artista riferibili agli stessi anni.

Andrea Torresana (? – Brescia 1760), Paesaggio con marina, figure e animali, olio su tela, 237 x 372 cm, Inv. MD 2001.090.001 Le conoscenze relative produzione dell’artista sono limitate alle notizie desunte dalle fonti che parlano di una vivace attività a favore di committenze milanesi, veneziane e bresciane. In questo dipinto sono evidenti influenze del Cavalier Tempesta, sia nella ripresa di elementi del suo repertorio sia nel gusto per i marcati contrappunti chiaroscurali, di Marco Ricci e, infine, di Francesco Zuccarelli, da cui l’artista riprende lo schema della composizione, le figure minuziosamente modellate e l’atmosfera pastorale della scena.

Andrea Torresana (? – Brescia 1760), Paesaggio con marina, figure e animali, olio su tela, 237 x 372 cm, Inv. MD 2001.090.001 Le conoscenze relative produzione dell’artista sono limitate alle notizie desunte dalle fonti che parlano di una vivace attività a favore di committenze milanesi, veneziane e bresciane. In questo dipinto sono evidenti influenze del Cavalier Tempesta, sia nella ripresa di elementi del suo repertorio sia nel gusto per i marcati contrappunti chiaroscurali, di Marco Ricci e, infine, di Francesco Zuccarelli, da cui l’artista riprende lo schema della composizione, le figure minuziosamente modellate e l’atmosfera pastorale della scena.

Andrea Torresana (? – Brescia 1760), Paesaggio con contadino, ciociara e armenti, olio su tavola, 35, 2 x 57,5 cm, Inv. MD 2001.025.009 Il dipinto, riferito alla maturità del pittore bresciano, presenta evidenti riferimenti alla produzione di Marco Ricci, come la quinta rocciosa che introduce il paesaggio, e di Francesco Zuccarelli, da cui Torresana riprende l’intonazione arcadica e i delicati trapassi chiaroscurali nella resa atmosferica, fusi in una rappresentazione di paesaggio piacevole e puramente decorativa.

Andrea Torresana (? – Brescia 1760), Paesaggio con contadino, ciociara e armenti, olio su tavola, 35, 2 x 57,5 cm, Inv. MD 2001.025.009 Il dipinto, riferito alla maturità del pittore bresciano, presenta evidenti riferimenti alla produzione di Marco Ricci, come la quinta rocciosa che introduce il paesaggio, e di Francesco Zuccarelli, da cui Torresana riprende l’intonazione arcadica e i delicati trapassi chiaroscurali nella resa atmosferica, fusi in una rappresentazione di paesaggio piacevole e puramente decorativa.

Vittorio Amedeo Cignaroli (Torino 1730 – 1800), Paesaggio con fiume, armenti e figure, olio su tela, 44,5 x 62,3 cm, Inv. MD 2001.025.015 Vittorio Amedeo Cignaroli è dei pittori prediletti della corte sabauda e dell’aristocrazia piemontese, grazie al suo stile lezioso ed aggraziato, aggiornato sulla pittura arcadica e sulle opere di Anesi conosciute a Torino. Concepito en pendant con il Paesaggio con ponticello e cavaliere, il dipinto, firmato e datato 1759, presenta uno schema compositivo articolato su più piani degradanti; il primo piano, in ombra e quasi controluce, spinge lo sguardo dello spettatore verso le tonalità fredde e chiare dello sfondo, giocato sull’alternanza fra gli azzurri e i verdi. I due piccoli personaggi sulla sinistra sono elegantemente abbigliati secondo la moda francese dell’epoca.

Vittorio Amedeo Cignaroli (Torino 1730 – 1800), Paesaggio con fiume, armenti e figure, olio su tela, 44,5 x 62,3 cm, Inv. MD 2001.025.015 Vittorio Amedeo Cignaroli è dei pittori prediletti della corte sabauda e dell’aristocrazia piemontese, grazie al suo stile lezioso ed aggraziato, aggiornato sulla pittura arcadica e sulle opere di Anesi conosciute a Torino. Concepito en pendant con il Paesaggio con ponticello e cavaliere, il dipinto, firmato e datato 1759, presenta uno schema compositivo articolato su più piani degradanti; il primo piano, in ombra e quasi controluce, spinge lo sguardo dello spettatore verso le tonalità fredde e chiare dello sfondo, giocato sull’alternanza fra gli azzurri e i verdi. I due piccoli personaggi sulla sinistra sono elegantemente abbigliati secondo la moda francese dell’epoca.

Vittorio Amedeo Cignaroli (Torino 1730 – 1800), Paesaggio con ponticello e cavaliere, olio su tela, 45 x 62,5 cm, Inv. MD 2001.025.012 Concepito en pendant con il Paesaggio con fiume, armenti e figure, opera firmata e datata 1759, il dipinto presenta un linguaggio lirico e un clima sereno, caratteristico della produzione dell’artista, la cui originalità si esplicita in particolare nello schema compositivo e nella resa atmosferica dello spazio, oltre che nella gamma stilistica brillante.

Vittorio Amedeo Cignaroli (Torino 1730 – 1800), Paesaggio con ponticello e cavaliere, olio su tela, 45 x 62,5 cm, Inv. MD 2001.025.012 Concepito en pendant con il Paesaggio con fiume, armenti e figure, opera firmata e datata 1759, il dipinto presenta un linguaggio lirico e un clima sereno, caratteristico della produzione dell’artista, la cui originalità si esplicita in particolare nello schema compositivo e nella resa atmosferica dello spazio, oltre che nella gamma stilistica brillante.

Antonio Cioci (? 1722 – Firenze 1792), Veduta sul porto di Livorno, olio su tela, 62 x 67,7 cm, Inv. MD 2001.025.004 Autore di più di una veduta del porto di Livorno, soggetto fra i più comuni tra i vedutisti toscani del Settecento, accomunate dalla medesima organizzazione spaziale e da alcuni elementi di repertorio, Cioci, largamente influenzato da Giuseppe Zocchi e da Claude Joseph Vernet, rivela la sua originalità nella capacità di assemblare piacevolmente componenti figurative di diverse provenienze. L’atmosfera tersa, la cromia brillante e la ricchezza di particolari creano un insieme arioso e vivace che compensa alcune imprecisioni prospettiche e formali. La tela è riferibile all’attività matura del Cioci per le affinità con le due Vedute del porto di Livorno conservate all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, databili al 1775.

Antonio Cioci (? 1722 – Firenze 1792), Veduta sul porto di Livorno, olio su tela, 62 x 67,7 cm, Inv. MD 2001.025.004 Autore di più di una veduta del porto di Livorno, soggetto fra i più comuni tra i vedutisti toscani del Settecento, accomunate dalla medesima organizzazione spaziale e da alcuni elementi di repertorio, Cioci, largamente influenzato da Giuseppe Zocchi e da Claude Joseph Vernet, rivela la sua originalità nella capacità di assemblare piacevolmente componenti figurative di diverse provenienze. L’atmosfera tersa, la cromia brillante e la ricchezza di particolari creano un insieme arioso e vivace che compensa alcune imprecisioni prospettiche e formali. La tela è riferibile all’attività matura del Cioci per le affinità con le due Vedute del porto di Livorno conservate all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, databili al 1775.

Antonio Cioci (? 1722 – Firenze 1792), Porto di mare con figure, olio su tela, 62 x 67,5 cm, Inv. MD 2001.025.003 Riferibile all’attività matura del Cioci, per le affinità con le due Vedute del porto di Livorno conservate all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, databili al 1775, la tela rivela influenze di Claude-Joseph Vernet nella resa dei trapassi chiaroscurali e di Giuseppe Zocchi nella gamma cromatica brillante nell’atmosfera tersa. Le varie componenti figurative sono abilmente assemblate in una scena piacevole e vivace, di tono narrativo per la presenza di macchiette che vivacizzano il primo piano.

Antonio Cioci (? 1722 – Firenze 1792), Porto di mare con figure, olio su tela, 62 x 67,5 cm, Inv. MD 2001.025.003 Riferibile all’attività matura del Cioci, per le affinità con le due Vedute del porto di Livorno conservate all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, databili al 1775, la tela rivela influenze di Claude-Joseph Vernet nella resa dei trapassi chiaroscurali e di Giuseppe Zocchi nella gamma cromatica brillante nell’atmosfera tersa. Le varie componenti figurative sono abilmente assemblate in una scena piacevole e vivace, di tono narrativo per la presenza di macchiette che vivacizzano il primo piano.

Gaspar Van Wittel (Amersfoort, Utrecht, 1652/53 – Roma 1736) copia da, Veduta della grotta di Pozzuoli, olio su tela, 50 x 64,5 cm, Inv. MD 2001.025.013 La tela deriva da un’opera di Gaspard Van Wittel di dimensioni minori conservata presso una collezione privata romana; rispetto all’originale non sono presenti varianti e la qualità non elevata di questo dipinto induce a pensare che si tratti di una copia. L’artista esegue ben tredici diverse versioni autografe di questo soggetto, tutte caratterizzate dalla presenza di varianti.

Gaspar Van Wittel (Amersfoort, Utrecht, 1652/53 – Roma 1736) copia da, Veduta della grotta di Pozzuoli, olio su tela, 50 x 64,5 cm, Inv. MD 2001.025.013 La tela deriva da un’opera di Gaspard Van Wittel di dimensioni minori conservata presso una collezione privata romana; rispetto all’originale non sono presenti varianti e la qualità non elevata di questo dipinto induce a pensare che si tratti di una copia. L’artista esegue ben tredici diverse versioni autografe di questo soggetto, tutte caratterizzate dalla presenza di varianti.

Pieter Mulier detto il Cavalier Tempesta (Haarlem 1637 ca. – Milano 1701), Paesaggio con pastore e pecore che si abbeverano nel fiume, olio su tela, 56,5x 92 cm, Inv. MD 2001.025.023 Segnalata già nell’inventario settecentesco della raccolta Pozzobonelli con l’attribuzione al Tempesta insieme al suo pendant il Paesaggio con pastori, la tela è esemplificative della produzione dell’artista, olandese di nascita, ma italiano di adozione, il cui soprannome deriva dalla specializzazione nel genere di tempeste di mare. Influenzato da pittori legati all’ambito genovese, come lo Scorza, il Vassallo e il Ross, il Tempesta si apre anche a tematiche naturalistiche e a motivi pastorali, proposti ripetutamente durante la sua lunga carriera, senza particolari variazioni stilistiche e compositive, a partire dal 1660 circa. Entrambi i dipinti sono caratterizzati da forti contrasti fra la massa folta e scura della vegetazione, i colori più chiari del cielo e i gruppi di figure illuminati dalla luce del sole. Le composizioni sono costruite per zone di colore, interrotte da fasci di luce, secondo un procedimento che risente delle origini fiamminghe dell’artista.

Pieter Mulier detto il Cavalier Tempesta (Haarlem 1637 ca. – Milano 1701), Paesaggio con pastore e pecore che si abbeverano nel fiume, olio su tela, 56,5x 92 cm, Inv. MD 2001.025.023 Segnalata già nell’inventario settecentesco della raccolta Pozzobonelli con l’attribuzione al Tempesta insieme al suo pendant il Paesaggio con pastori, la tela è esemplificative della produzione dell’artista, olandese di nascita, ma italiano di adozione, il cui soprannome deriva dalla specializzazione nel genere di tempeste di mare. Influenzato da pittori legati all’ambito genovese, come lo Scorza, il Vassallo e il Ross, il Tempesta si apre anche a tematiche naturalistiche e a motivi pastorali, proposti ripetutamente durante la sua lunga carriera, senza particolari variazioni stilistiche e compositive, a partire dal 1660 circa. Entrambi i dipinti sono caratterizzati da forti contrasti fra la massa folta e scura della vegetazione, i colori più chiari del cielo e i gruppi di figure illuminati dalla luce del sole. Le composizioni sono costruite per zone di colore, interrotte da fasci di luce, secondo un procedimento che risente delle origini fiamminghe dell’artista.

Pieter Mulier, detto il Cavalier Tempesta (Haarlem 1637 ca. – Milano 1701), Paesaggio con pastori, olio su tela, 56,2 x 92,3 cm, Inv. MD 2001.025.024 Segnalata già nell’inventario settecentesco della raccolta Pozzobonelli con l’attribuzione al Tempesta insieme al suo pendant il Paesaggio con pastore e pecore che si abbeverano nel fiume, la tela è esemplificative della produzione dell’artista, olandese di nascita, ma italiano di adozione, il cui soprannome deriva dalla specializzazione nel genere di tempeste di mare. Influenzato da artisti legati all’ambito genovese, come lo Scorza, il Vassallo e il Ross, il pittore si apre anche alle tematiche naturalistiche e ai motivi pastorali, proposti ripetutamente durante la sua lunga carriera, senza particolari variazioni stilistiche e compositive a partire dal 1660 circa. Entrambi i dipinti sono caratterizzati da forti contrasti fra la massa folta e scura della vegetazione, i colori più chiari del cielo e i gruppi di figure illuminati dalla luce del sole. Le composizioni sono costruite per zone di colore, interrotte da fasci di luce, secondo un procedimento che risente delle origini fiamminghe dell’artista.

Pieter Mulier, detto il Cavalier Tempesta (Haarlem 1637 ca. – Milano 1701), Paesaggio con pastori, olio su tela, 56,2 x 92,3 cm, Inv. MD 2001.025.024 Segnalata già nell’inventario settecentesco della raccolta Pozzobonelli con l’attribuzione al Tempesta insieme al suo pendant il Paesaggio con pastore e pecore che si abbeverano nel fiume, la tela è esemplificative della produzione dell’artista, olandese di nascita, ma italiano di adozione, il cui soprannome deriva dalla specializzazione nel genere di tempeste di mare. Influenzato da artisti legati all’ambito genovese, come lo Scorza, il Vassallo e il Ross, il pittore si apre anche alle tematiche naturalistiche e ai motivi pastorali, proposti ripetutamente durante la sua lunga carriera, senza particolari variazioni stilistiche e compositive a partire dal 1660 circa. Entrambi i dipinti sono caratterizzati da forti contrasti fra la massa folta e scura della vegetazione, i colori più chiari del cielo e i gruppi di figure illuminati dalla luce del sole. Le composizioni sono costruite per zone di colore, interrotte da fasci di luce, secondo un procedimento che risente delle origini fiamminghe dell’artista.

Paolo Anesi (Roma 1697 – 1773), Veduta di Ponte Milvio, olio su tela, 35,7 x 62,3 cm, Inv. MD 2001.025.014 Ricordata come opera di Panini negli antichi inventari della collezione, insieme al suo pendant Veduta della campagna romana con fontanile e castello in collina, la tela è stata in seguito correttamente riferita ad Anesi. Raffigura il celebre Ponte Milvio visto da sud, come era fino ai rifacimenti di inizio Ottocento, resi necessari dalla piena del fiume del 1805.

Paolo Anesi (Roma 1697 – 1773), Veduta di Ponte Milvio, olio su tela, 35,7 x 62,3 cm, Inv. MD 2001.025.014 Ricordata come opera di Panini negli antichi inventari della collezione, insieme al suo pendant Veduta della campagna romana con fontanile e castello in collina, la tela è stata in seguito correttamente riferita ad Anesi. Raffigura il celebre Ponte Milvio visto da sud, come era fino ai rifacimenti di inizio Ottocento, resi necessari dalla piena del fiume del 1805.

Paolo Anesi (Roma 1697 – 1773), Veduta della campagna romana con fontanile e castello in collina, olio su tela, 34,2 x 60,2 cm, Inv. MD 2001.025.019 Ricordata come opera di Panini negli antichi inventari della collezione, insieme al suo pendant Veduta di Ponte Milvio, la tela è stata in seguito correttamente riferita ad Anesi e rientra in quella produzione di paesaggi poco noti o difficilmente identificabili che si affianca all’ampia produzione di vedute dell’artista romano. Il dipinto è caratterizzato da una calma e lenta visione, sicuramente consona ai gusti arcadici del cardinale Pozzobonelli.

Paolo Anesi (Roma 1697 – 1773), Veduta della campagna romana con fontanile e castello in collina, olio su tela, 34,2 x 60,2 cm, Inv. MD 2001.025.019 Ricordata come opera di Panini negli antichi inventari della collezione, insieme al suo pendant Veduta di Ponte Milvio, la tela è stata in seguito correttamente riferita ad Anesi e rientra in quella produzione di paesaggi poco noti o difficilmente identificabili che si affianca all’ampia produzione di vedute dell’artista romano. Il dipinto è caratterizzato da una calma e lenta visione, sicuramente consona ai gusti arcadici del cardinale Pozzobonelli.

Paolo Anesi (Roma 1697 – 1773), Veduta della Basilica di San Giovanni in Laterano, olio su tela, 25,6 x 49,2 cm Inv. MD 2001.025.027 Acquistato dal cardinale Pozzobonelli insieme ad altre vedute di Roma, il dipinto raffigura la basilica di San Giovanni in Laterano in un momento precedente alla sua sistemazione avvenuta fra il 1733 e il 1736 ad opera dell’architetto Alessandro Galilei, su incarico di papa Clemente XII. La datazione dell’opera è perciò prima del 1732, quando venne distrutto il portico della facciata che appare invece nel dipinto. La tela evidenzia l’attenzione del pittore romano per i valori atmosferici e la luce, di derivazione veneziana.

Paolo Anesi (Roma 1697 – 1773), Veduta della Basilica di San Giovanni in Laterano, olio su tela, 25,6 x 49,2 cm Inv. MD 2001.025.027 Acquistato dal cardinale Pozzobonelli insieme ad altre vedute di Roma, il dipinto raffigura la basilica di San Giovanni in Laterano in un momento precedente alla sua sistemazione avvenuta fra il 1733 e il 1736 ad opera dell’architetto Alessandro Galilei, su incarico di papa Clemente XII. La datazione dell’opera è perciò prima del 1732, quando venne distrutto il portico della facciata che appare invece nel dipinto. La tela evidenzia l’attenzione del pittore romano per i valori atmosferici e la luce, di derivazione veneziana.

Paolo Anesi (Roma 1697 – 1773), Paesaggio con torre, olio su tela, 30,2 x 42,7 cm, Inv. MD 2001.025.028 L’opera rientra nella produzione di paesaggi poco noti o non identificabili che si affianca nell’attività del pittore romano a quella di vedute. Anche in questo caso il paesaggio è caratterizzato dal senso di tranquillità, in sintonia con i gusti arcadici del cardinale Pozzobonelli.

Paolo Anesi (Roma 1697 – 1773), Paesaggio con torre, olio su tela, 30,2 x 42,7 cm, Inv. MD 2001.025.028 L’opera rientra nella produzione di paesaggi poco noti o non identificabili che si affianca nell’attività del pittore romano a quella di vedute. Anche in questo caso il paesaggio è caratterizzato dal senso di tranquillità, in sintonia con i gusti arcadici del cardinale Pozzobonelli.

Paolo Anesi (Roma 1697 – 1773) attribuito, Paesaggio con tempietto e pastori, olio su tela, 35 x 61 cm, Inv. MD 2001.025.020 Il dipinto è dubitativamente riferito alla produzione di Anesi: il tipo di paesaggio, improntato da una visione calma e serena e toni idillici sembra infatti corrispondere ai modi stilistici del pittore romano, mentre le rovine architettoniche al centro della scena sembrerebbero rivelare tratti diversi.

Paolo Anesi (Roma 1697 – 1773) attribuito, Paesaggio con tempietto e pastori, olio su tela, 35 x 61 cm, Inv. MD 2001.025.020 Il dipinto è dubitativamente riferito alla produzione di Anesi: il tipo di paesaggio, improntato da una visione calma e serena e toni idillici sembra infatti corrispondere ai modi stilistici del pittore romano, mentre le rovine architettoniche al centro della scena sembrerebbero rivelare tratti diversi.

Andrea Locatelli (Roma 1695 – 1741), Paesaggio con varie figure, olio su tela, 53,5 x 73,3, Inv. MD 2001.025.005 Attribuito in passato a Marco Ricci, il dipinto è stato correttamente ricondotto alla mano di Andrea Locatelli, paesaggista fra i più significativi nella pittura romana del Settecento e dedito alla produzione “rovinista” in contiguità con Paolo Panini, che a lui è debitore di molti spunti. Dell’opera, databile negli anni venti del secolo, esiste anche uno dei rari disegni preparatori del Locatelli, del tutto identico all’originale: questo può far pensare ad una committenza importante che avrebbe indotto il pittore ad impostare il dipinto con grande cura.

Andrea Locatelli (Roma 1695 – 1741), Paesaggio con varie figure, olio su tela, 53,5 x 73,3, Inv. MD 2001.025.005 Attribuito in passato a Marco Ricci, il dipinto è stato correttamente ricondotto alla mano di Andrea Locatelli, paesaggista fra i più significativi nella pittura romana del Settecento e dedito alla produzione “rovinista” in contiguità con Paolo Panini, che a lui è debitore di molti spunti. Dell’opera, databile negli anni venti del secolo, esiste anche uno dei rari disegni preparatori del Locatelli, del tutto identico all’originale: questo può far pensare ad una committenza importante che avrebbe indotto il pittore ad impostare il dipinto con grande cura.

Andrea Locatelli (Roma 1695 – 1741), Paesaggio con pastori e una figura a cavallo, olio su tela, 56,7 x 74 cm, Inv. MD 2001.025.011 Acquistato dal cardinale Pozzobonelli en pendant con il Paesaggio con varie figure, pur non essendo state originariamente concepiti dall’artista come tali, in quanto eseguiti in due periodi diversi, il dipinto presenta un’armonia compositiva derivata da un attento studio del naturale e dall’uso di colori luminosi. Si tratta opera della maturità del paesaggista romano, intorno agli anni trenta del Settecento, caratterizzata da una maggior libertà nell’esecuzione.

Andrea Locatelli (Roma 1695 – 1741), Paesaggio con pastori e una figura a cavallo, olio su tela, 56,7 x 74 cm, Inv. MD 2001.025.011 Acquistato dal cardinale Pozzobonelli en pendant con il Paesaggio con varie figure, pur non essendo state originariamente concepiti dall’artista come tali, in quanto eseguiti in due periodi diversi, il dipinto presenta un’armonia compositiva derivata da un attento studio del naturale e dall’uso di colori luminosi. Si tratta opera della maturità del paesaggista romano, intorno agli anni trenta del Settecento, caratterizzata da una maggior libertà nell’esecuzione.

Giovanni Paolo Panini (Piacenza 1691 – Roma 1765), Una Sibilla, la piramide di Caio Cestio e il Vaso Borghese, olio su tela, 48,8 x 64,2 cm, Inv. MD 2001.025.008 Il dipinto, uno dei quattro riferiti al grande paesaggista di origine piacentina dagli antichi inventari della collezione, riprende uno dei soggetti trattati più volte dal pittore, sempre con lievi varianti, anche se in questo caso l’opera è pressoché sovrapponibile ad un esemplare conservato in una collezione privata fiorentina, datato 1739. Anche questa tela, caratterizzata da una cromia vivace e un procedere sicuro e deciso, è databile ai primi anni Quaranta del Settecento, in corrispondenza del soggiorno romano del Pozzobonelli.

Giovanni Paolo Panini (Piacenza 1691 – Roma 1765), Una Sibilla, la piramide di Caio Cestio e il Vaso Borghese, olio su tela, 48,8 x 64,2 cm, Inv. MD 2001.025.008 Il dipinto, uno dei quattro riferiti al grande paesaggista di origine piacentina dagli antichi inventari della collezione, riprende uno dei soggetti trattati più volte dal pittore, sempre con lievi varianti, anche se in questo caso l’opera è pressoché sovrapponibile ad un esemplare conservato in una collezione privata fiorentina, datato 1739. Anche questa tela, caratterizzata da una cromia vivace e un procedere sicuro e deciso, è databile ai primi anni Quaranta del Settecento, in corrispondenza del soggiorno romano del Pozzobonelli.

Giovanni Paolo Panini (Piacenza 1691 – Roma 1765), Gara musicale tra Apollo e Marsia, giudice Re Mida, olio su tela, 49,3 x 63,7 cm, Inv. MD 2001.025.007 En pendant con l’Apollo scortica Marsia in presenza di Re Mida, i due dipinti si riferiscono a episodi tratti dalle Metamorfosi di Ovidio (VI, 382-400), che affrontano un tema caro all’Arcadia in quanto metafora del contrasto fra passione e ragione. Entrambe le composizioni presentano il consueto repertorio paniniano con monumenti, rovine e macchiette, collocati in un’atmosfera vivace e briosa; le figurine sono rese con tratti sottili e veloci. Queste opere, databili all’ultimo decennio dell’attività dell’artista, rispetto a quelle della prima metà del Settecento sono caratterizzate dall’ampiezza della veduta che permette allo spettatore di spaziare oltre i limiti della tela e da una stesura più fluida.

Giovanni Paolo Panini (Piacenza 1691 – Roma 1765), Gara musicale tra Apollo e Marsia, giudice Re Mida, olio su tela, 49,3 x 63,7 cm, Inv. MD 2001.025.007 En pendant con l’Apollo scortica Marsia in presenza di Re Mida, i due dipinti si riferiscono a episodi tratti dalle Metamorfosi di Ovidio (VI, 382-400), che affrontano un tema caro all’Arcadia in quanto metafora del contrasto fra passione e ragione. Entrambe le composizioni presentano il consueto repertorio paniniano con monumenti, rovine e macchiette, collocati in un’atmosfera vivace e briosa; le figurine sono rese con tratti sottili e veloci. Queste opere, databili all’ultimo decennio dell’attività dell’artista, rispetto a quelle della prima metà del Settecento sono caratterizzate dall’ampiezza della veduta che permette allo spettatore di spaziare oltre i limiti della tela e da una stesura più fluida.

Giovanni Paolo Panini (Piacenza 1691 – Roma 1765), Apollo scortica Marsia in presenza di Re Mida, olio su tela, 49,3 x 64 cm, Inv. MD 2001.025.016 En pendant con la Gara musicale tra Apollo e Marsia, giudice Re Mida, i due dipinti si riferiscono a episodi tratti dalle Metamorfosi di Ovidio (VI, 382-400), che affrontano un tema caro all’Arcadia in quanto metafora del contrasto fra passione e ragione. Entrambe le composizioni presentano il consueto repertorio paniniano con monumenti, rovine e macchiette, collocati in un’atmosfera vivace e briosa; le figurine sono rese con tratti sottili e veloci. Queste opere, databili all’ultimo decennio dell’attività dell’artista e rispetto a quelle della prima metà del Settecento sono caratterizzate dall’ampiezza della veduta che permette allo spettatore di spaziare oltre i limiti della tela e da una stesura più fluida.

Giovanni Paolo Panini (Piacenza 1691 – Roma 1765), Apollo scortica Marsia in presenza di Re Mida, olio su tela, 49,3 x 64 cm, Inv. MD 2001.025.016 En pendant con la Gara musicale tra Apollo e Marsia, giudice Re Mida, i due dipinti si riferiscono a episodi tratti dalle Metamorfosi di Ovidio (VI, 382-400), che affrontano un tema caro all’Arcadia in quanto metafora del contrasto fra passione e ragione. Entrambe le composizioni presentano il consueto repertorio paniniano con monumenti, rovine e macchiette, collocati in un’atmosfera vivace e briosa; le figurine sono rese con tratti sottili e veloci. Queste opere, databili all’ultimo decennio dell’attività dell’artista e rispetto a quelle della prima metà del Settecento sono caratterizzate dall’ampiezza della veduta che permette allo spettatore di spaziare oltre i limiti della tela e da una stesura più fluida.

Giovanni Paolo Panini (Piacenza 1691 – Roma 1765), Arco di Tito e Foro romano, olio su tela, 38,7 x 63,2 cm, Inv. MD 2001.025.021 Il dipinto, uno dei quattro riferiti al grande paesaggista di origine piacentina dagli antichi inventari della collezione, è esemplificativo della produzione di “capricci” caratteristici del pittore, in cui i monumenti, assemblati liberamente fra loro sono prevalenti rispetto alla figure, di dimensioni minori e rese con tratto disinvolto. In questo caso si riconoscono l’Arco di Tito, le colonne del tempio dei Dioscuri, in primo piano gli archi di Settimio Severo e della diva Faustina, mentre l’Aracoeli sul colle del Campidoglio chiude la scena sullo sfondo. L’ariosa composizione, la vivacità della gamma cromatica e l’eleganza del ductus pittorico inducono a datare l’opera entro il quinto decennio del Settecento, in corrispondenza del soggiorno romano del cardinale Pozzobonelli.

Giovanni Paolo Panini (Piacenza 1691 – Roma 1765), Arco di Tito e Foro romano, olio su tela, 38,7 x 63,2 cm, Inv. MD 2001.025.021 Il dipinto, uno dei quattro riferiti al grande paesaggista di origine piacentina dagli antichi inventari della collezione, è esemplificativo della produzione di “capricci” caratteristici del pittore, in cui i monumenti, assemblati liberamente fra loro sono prevalenti rispetto alla figure, di dimensioni minori e rese con tratto disinvolto. In questo caso si riconoscono l’Arco di Tito, le colonne del tempio dei Dioscuri, in primo piano gli archi di Settimio Severo e della diva Faustina, mentre l’Aracoeli sul colle del Campidoglio chiude la scena sullo sfondo. L’ariosa composizione, la vivacità della gamma cromatica e l’eleganza del ductus pittorico inducono a datare l’opera entro il quinto decennio del Settecento, in corrispondenza del soggiorno romano del cardinale Pozzobonelli.

Pietro Antoniani (Milano 1740/50 – 1805), Marina con cavaliere, olio su tela, 64 x 98,6 cm, Inv. MD 2001.025.022 Il dipinto, una delle marine ricordate anche negli antichi inventari della collezione, presenta le caratteristiche stilistiche dell’Antoniani, ovvero l’uso di colori brillanti, l’atmosfera tersa della scena, la stesura pittorica fluida e la tendenza a dilatare e forzare il taglio della composizione; i confronti con altre opere dell’artista, come la Veduta della Mergellina firmata e datata 1771, farebbe pensare ad una datazione intorno agli anni Settanta del XVIII secolo.

Pietro Antoniani (Milano 1740/50 – 1805), Marina con cavaliere, olio su tela, 64 x 98,6 cm, Inv. MD 2001.025.022 Il dipinto, una delle marine ricordate anche negli antichi inventari della collezione, presenta le caratteristiche stilistiche dell’Antoniani, ovvero l’uso di colori brillanti, l’atmosfera tersa della scena, la stesura pittorica fluida e la tendenza a dilatare e forzare il taglio della composizione; i confronti con altre opere dell’artista, come la Veduta della Mergellina firmata e datata 1771, farebbe pensare ad una datazione intorno agli anni Settanta del XVIII secolo.

Pietro Antoniani (Milano 1740/50 – 1805), Castel dell’Ovo visto da occidente, olio su tela, 35 x 45 cm, Inv. MD 2001.025.017 Il dipinto, che raffigura un soggetto caro all’artista, presenta le caratteristiche stilistiche proprie dell’Antoniani, ovvero l’uso di colori brillanti, l’atmosfera tersa della scena, la stesura pittorica fluida e la tendenza a dilatare e forzare il taglio della composizione; i confronti con altre opere dell’artista, come la Veduta della Mergellina firmata e datata 1771, farebbe pensare ad una datazione intorno agli anni Settanta del XVIII secolo, nella fase matura dell’attività del pittore.

Pietro Antoniani (Milano 1740/50 – 1805), Castel dell’Ovo visto da occidente, olio su tela, 35 x 45 cm, Inv. MD 2001.025.017 Il dipinto, che raffigura un soggetto caro all’artista, presenta le caratteristiche stilistiche proprie dell’Antoniani, ovvero l’uso di colori brillanti, l’atmosfera tersa della scena, la stesura pittorica fluida e la tendenza a dilatare e forzare il taglio della composizione; i confronti con altre opere dell’artista, come la Veduta della Mergellina firmata e datata 1771, farebbe pensare ad una datazione intorno agli anni Settanta del XVIII secolo, nella fase matura dell’attività del pittore.

Pietro Antoniani (Milano 1740/50 – 1805), Marina in burrasca, olio su tela, 37,5 x 48,2 cm, Inv. MD 2001.025.001 Il dipinto, identificabile con il “quadretto” raffigurante una marina in burrasca ricordato negli antichi inventari della collezione, presenta alcune delle caratteristiche stilistiche proprie dell’Antoniani, quali il taglio della veduta, l’atmosfera tersa della scena ottenuta attraverso graduali passaggi chiaroscurali e il tratto calligrafico nella definizione degli elementi in lontananza. All’Antoniani rimandano anche la cromia brillante e il modo di rendere la superficie del mare. L’opera è databile intorno agli anni Settanta del XVIII secolo.

Pietro Antoniani (Milano 1740/50 – 1805), Marina in burrasca, olio su tela, 37,5 x 48,2 cm, Inv. MD 2001.025.001 Il dipinto, identificabile con il “quadretto” raffigurante una marina in burrasca ricordato negli antichi inventari della collezione, presenta alcune delle caratteristiche stilistiche proprie dell’Antoniani, quali il taglio della veduta, l’atmosfera tersa della scena ottenuta attraverso graduali passaggi chiaroscurali e il tratto calligrafico nella definizione degli elementi in lontananza. All’Antoniani rimandano anche la cromia brillante e il modo di rendere la superficie del mare. L’opera è databile intorno agli anni Settanta del XVIII secolo.